Cammino Candido 2

GLI INSERTI (Parte Seconda)

CAMMINO CANDIDO

Parte seconda: Gli inserti
 

INSERTI Tappa 1

 

Castello di Scavolo

1944: anno di orrore. Il contesto storico

(i titoli degli episodi di guerra sono evidenziati col colore verde del fondo)

 

Il territorio compreso tra il Poggio dei Tre Vescovi e Tavolicci di Verghereto, sulla dorsale appenninica dove confinano le province di Forlì, Pesaro e Arezzo, nella primavera/estate del 1944 è segnato da ripetuti scontri tra le brigate partigiane di Romagna e Marche e le truppe nazifasciste impegnate nella costruzione e difesa della Linea Gotica.

La guerriglia partigiana, pur in un rapporto impari con l’esercito tedesco e le milizie della Repubblica di Salò, risulta talmente insidiosa ed efficace da indurre le truppe di occupazione germaniche e i loro accoliti italiani a una feroce azione di contrasto della Resistenza armata e di spietata rappresaglia ai danni della popolazione civile.

Il primo momento di terrore si colloca tra il 6 e l'8 aprile ‘44. In quei giorni ha inizio il rastrellamento tedesco che culmina con la strage di Fragheto e provoca una lunga catena di morti anche nelle località di Calanco, Capanne e Ponte Carattoni. In soli tre giorni si contano 47 vittime, in buona parte civili, residenti nella frazione Fragheto di Casteldelci. Gli eccidi vengono compiuti da circa 600 soldati tedeschi e da 250 fascisti dei battaglioni “M” della formazione Venezia Giulia .

Una seconda ondata di terrore travolge le località citate quando a presidiare il territorio viene chiamata la legione Tagliamento composta di soli volontari. Questa legione, specializzata in controguerriglia, fu inviata nel pesarese nel giugno ‘44 e in due mesi di permanenza, causò la morte di oltre 80 persone. Il mese di luglio vide anche la presenza in zona di un reparto di SS italiane guidato da militari tedeschi impegnato a reprimere le bande partigiane e a terrorizzare le popolazioni. Il famigerato IV° Freiwilligen-Polizei-Bataillon-Italien fu responsabile della strage di Tavolicci, l’evento più drammatico e feroce verificatosi nell’intero comprensorio, che il 22 luglio provocò la morte di 64 civili nella piccola frazione del Comune di Verghereto.

I luoghi delle stragi e degli eccidi consumati nel 1944, hanno assunto nel tempo una forte valenza simbolica, in grado di infondere negli animi un sentimento di orrore e di ripudio nei confronti della guerra. Per sottolineare il nesso tra memoria storica e costruzione di un progetto di convivenza pacifica tra popoli e individui, nel 2003 è nato il Borgo della Pace di Fragheto. L’associazione promossa da persone provenienti dall’intero territorio della Valmarecchia, organizza interventi educativi e formativi rivolti al mondo della scuola e raccoglie e diffonde documentazione storica relativa alle vicende che hanno segnato luoghi e persone nel corso del secondo conflitto mondiale. Dal 2016, gli amici del Borgo, assieme all’amministrazione comunale di Casteldelci, sono impegnati a realizzare la Sezione di storia contemporanea nella Casa-Museo del capoluogo.

 

Fragheto

Nel pomeriggio del 7 aprile ‘44, dopo che i partigiani si sono ritirati da Calanco per sottrarsi al fuoco nemico, una pattuglia tedesca in perlustrazione nel vicino borgo di Fragheto, trova un partigiano ferito presso la casa del contadino del parroco. La scoperta scatena la rappresaglia germanica che in un delirio di cieco furore provoca la morte di trenta civili inermi, in maggioranza donne e bambini, uno dei quali di appena quaranta giorni. Non appagati, i militari incendiano la canonica e la maggior parte delle abitazioni civili.

Fra i sopravvissuti che hanno reso testimonianza della feroce rappresaglia, desideriamo ricordare Candido Gabrielli (classe 1921), unico superstite di una famiglia di nove persone. Uomo mite, dopo la guerra ha ripreso a suonare la fisarmonica – che gli era stata trafugata dai tedeschi - ed ha contribuito ad allietare molti borghi del territorio con musiche ballabili. Nel 2004, Julko Albini e Gianni Pironi hanno ripreso Candido nel documentario “La fisarmonica di Fragheto”(2015). Marco Renzi ha riportato la sua testimonianza nella monografia 22 degli Studi Montefeltrani: “La strage di Fragheto (7 aprile 1944), Nuove verità, reticenze, contrraddizioni” (San Leo, 2007). Candido Gabrielli è deceduto nel 2007.

 

Tavolicci

Alle prime luci dell’alba del 22 luglio ’44, i militi del IV battaglione di polizia italo-tedesco (le SS italiane), trucidano 64 abitanti della piccola frazione di Tavolicci, nel comune di Verghereto - in gran parte vecchi, donne e bambini – sospettati di favoreggiamento nei confronti dei partigiani attivi nella zona. Fra le vittime, diciannove persone avevano un’età inferiore ai dieci anni.

Nella mattinata del 22 luglio ’44, in località Campo del Fabbro, vengono fucilati dieci capifamiglia di Tavolicci, che erano stati costretti in precedenza ad assistere all’eccidio del loro cari nel piccolo borgo appenninico, dato alle fiamme dopo la strage nazifascista.

Nel 2001 al Comune di Verghereto viene assegnata la medaglia d’oro al merito civile dal Presidente della Repubblica, Azeglio Ciampi. A Tavolicci, la Casa dell’eccidio è stata ricostruita e trasformata in Museo dell’arte contadina e dei luoghi della memoria; vi si tengono mostre e convegni sulla resistenza, soprattutto per le scuole, per favorire la conoscenza e la conservazione del ricordo di quei tragici eventi.

 

INSERTI Tappa 2

 

Uguccione della Faggiola

Sopra l’attuale Casteldelci, si trova il Monte Faggiola Nuova sulla cui cima rimangono i ruderi di uno dei castelli appartenuti ad una stirpe di feudatari minori, che presero il cognome di Faggiola con l’insediamento del fondatore Ranieri, attorno all’anno 1250, probabilmente diramatasi dalla potente famiglia dei Conti di Carpegna che reggeva la signoria nel Trivio e nella Massa Trabaria, al confine tra Romagna, Marche e Toscana.

Uguccione della Faggiola, figlio di Ranieri, fu grande Capitano di ventura e uomo politico, tra i protagonisti della vita politica e militare del Medioevo tra l’XI e il XII secolo. Nato nel 1250 a Casteldelci, divenne podestà e signore di Arezzo, signore di Lugo, vicario del re Enrico VII di Lussemburgo a Genova, signore di Pisa, podestà di Vicenza. Nel 1315 comandò la Lega ghibellina di Romagna nella famosa battaglia di Montecatini, sbaragliando le forze guelfe, ben più numerose, confederate a Firenze.

Dante Alighieri, esiliato da Firenze, fu probabilmente ospite nei castelli della Faggiola dal maggio 1305 al giugno 1306. Alcuni commentatori della Divina Commedia vogliono che a lui alluda il sommo Poeta nell’allegoria del veltro (Inferno, I, 101), il cane da caccia che caccerà la lupa (la cupidigia dominante nel mondo) dal Montefeltro (tra feltro e feltro, 105).

 

Divina commedia

(Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza

ne la quale tratta de le pene e punimenti de' vizi e de' meriti e premi de le virtù)

Inferno, Canto I (estratto)

Calanco di sotto

Il 7 aprile 1944 Calanco di sotto, in prossimità di Fragheto di Casteldelci, è teatro di uno scontro prolungato e cruento tra un distaccamento dell’VIII Brigata Garibaldi “Romagna” e i militi tedeschi dello Sturmbataillon ob Südwest e del II Granadier Regiment 871. Tre i morti nelle fila tedesche e due tra i partigiani. Un terzo partigiano ferito verrà ucciso poche ore dopo a Fragheto, dove era stato trasportato dai compagni. Vengono infine fucilati a Calanco cinque partigiani catturati all’infermeria di Capanne di Verghereto, il giorno precedente.

Lungo la strada nei pressi di Calanco di sotto è situato un cartello che ricorda i fatti avvenuti.

 

Il Ponte “Otto martiri”

La sera del 7 aprile ‘44, a conclusione delle operazioni di rastrellamento, le truppe tedesche giungono al ponte Carattoni - nel punto dove il torrente Senatello confluisce nel Marecchia – trascinando con sè diversi prigionieri. Si tratta di civili e partigiani catturati o prelevati il giorno prima in località Capanne. La mattina seguente, i militi del battaglione “M” Venezia-Giulia, schierati nel fondo-valle a completare l’accerchiamento, chiedono e ottengono la consegna dei malcapitati e ne fucilano otto sul greto del fiume. Fra le vittime, un giovane invalido di Capanne.

Nei pressi del ponte - che in seguito è stato dedicato agli “Otto martiri” – è stato collocato un cartello che descrive l’evento e un cippo a memoria.

 

INSERTI Tappa 3

 

Lamone, Bigotta e Montagna

Il 2 luglio del ’44 i militi del IV Polizei-Freiwilligen-Bataillon-Italien (le SS italiane), di stanza alle Balze di Verghereto (FC), operano un rastrellamento nell’area dei casolari di Lamone, Bigotta e Montagna, in comune di Casteldelci, dove è attivo il gruppo partigiano comandato da Giuseppe Poggiali, detto “Pippo”. Nel corso dell’operazione i militi uccidono a Lamone, Getullio Marcelli, Giuseppe Pettinari e Luigi Lazzarini mentre altri tre partigiani catturati, Augusto Bardeschi, Agostino Moroni e Giuseppe Casini, vengono fucilati a Serra delle Balze.

 

I fratelli Bimbi

Frè-Luigi e Sildo Bimbi, giovani allievi ufficiali nativi di Siena, dopo l’8 settembre ’43 si aggregano alle formazioni partigiane operanti nella zona dei Tre Vescovi dove risiedevano loro parenti. L’8 luglio del ’44 vengono catturati dalle SS italiane del IV battaglione italo-tedesco, nelle vicinanze di Ca’ Marcello di Casteldelci, assieme ad altri giovani alla macchia. Interrogati e sottoposti per quattro giorni a crudeli maltrattamenti, sono uccisi in località Torricella, nei pressi di Senatello di Casteldelci, il 12 luglio seguente. Ad entrambi verrà riconosciuta la medaglia d’argento al valor militare.

Sul luogo dell'eccidio è stata eretta una commovente cappella che ricorda lo strazio dei familiari.

 

Gualchiere e guado

Le gualchiere operavano la follatura della lana con macchine idrauliche preindustriali e lavoravano vari tipi di tessuti. Fino al XVII secolo, una delle attività più remunerative era la tintura dei tessuti col guado. Il guado è una piccola pianta rustica della famiglia delle Crucifere (Isatis tinctoria) le cui foglie giovani, macinate con specifiche mole di pietra – oggi valorizzate per abbellire giardini - producono una poltiglia che, essiccata e ridotta in palle o pani, costituisce la base per il colorante che prende il nome dalla pianta. I tessuti, immersi nella soluzione di guado, si colorano di giallo-verde e poi, stesi ad asciugare, virano nel bell’azzurro-blu caratteristico, di elevata qualità cromatica e resistente alla luce e all’usura. Col guado si coloravano il viso le popolazioni celtiche. Col guado si sono colorati i primi jeans. Veniva utilizzato in cosmetica, ma anche nelle tecniche pittoriche, per miniare libri, dipingere tele, affreschi, terrecotte, ecc. Nel Medioevo ebbe la sua massima diffusione: i pani di guado venivano utilizzati come merce di scambio.

Il commercio del guado è stato fiorente nell’alta Val Tiberina durante il Rinascimento ed ha consentito l’arricchimento di molte famiglie toscane, tanto da ispirare le definizioni di “oro blu” per il pigmento e “paese della cuccagna” per il luogo in cui si fabbricavano le “cuccagne”: le palle di guado. Blu è la base di tanti dipinti di Piero della Francesca, insigne artista del Rinascimento italiano, il cui padre era un ricco commerciante di guado che fece apporre nello stemma di famiglia proprio un fascio di guado. Nel Montefeltro il guado dette impulso, tra XIV e XVII secolo, ad un grande sviluppo economico e sociale basato sull'intera filiera: coltivazione, estrazione del pigmento, tintura dei tessuti, cardatura, filatura e stampa a mano della stoffa. Per questa specializzazione il Montefeltro era riconosciuto e rinomato in molte aree d’Europa. Restano, a testimonianza di questa antica economia e tradizione, le circa sessanta macine da guado in pietra (unico ritrovamento al mondo così consistente), veri e propri reperti di archeologia industriale, e preziosi documenti d’archivio che raccontano di tecniche di coltivazione, di mescole, di unità di misura e di precise regole per la conduzione dei maceri, conservati nel Museo dei Colori Naturali a Lamoli di Borgo Pace (PU). Nei sotterranei del Palazzo Ducale di Urbino, alcuni locali utilizzati per tingere i tessuti e i filati utilizzati alla corte dei Duchi di Montefeltro, testimoniano l’importanza dell'attività.

Nel XVII secolo la coltivazione del guado venne abbandonata a seguito dell'introduzione dell'indaco proveniente da paesi tropicali. Ritornò temporaneamente in auge intorno al 1810 per aggirare le difficoltà di approvvigionamento di indaco dovute al blocco continentale inglese ai danni di Napoleone.

 

INSERTI Tappa 4

 

È vent de' mont' logg' (Luigi Cappella)

È vent' che sbatt' fort' fort'
Ti vetri dli finestri
Et fa' vni la voiia da ruglet'
Giù dentra è cucch'.

E' vent' che curr' sopra gli ondi de' mer'.
Quent l'arriva e' spazza i sass' e la spiaggia.
Duc' en' c'iavria das' sta nisciun'

E' vent' cl'armulina la sabbia t'la'gran'duna Andalusa
el tira a csi fort' ma a csi fort'
Che, et pudria anca stacca'de' mond'

È vent' tutt' moll' d'acqua,
En'ha paura menc' di ton' e dli saetti.
È strappa via cli umbrillini sgrazieti di cristien d'adess'.

È vent' gle`t'  id tramunntena
Che porta la neva,ancora la neva. L'è tutt' bienc, propi tutt' bienc'
È sarà mo' bell' a sta vicina è foc'
a fa' li carezzi me' che`n

È vent' che`eld

che la neva el la porta via tutta.
L'è un pchet'! Sa pudess al firmaria!
En si po' mica purta' via i linzol
ma un quent'el dorma!

È vent'che porta a spass' li nuvli, a lassù, tel ciel, duc enc c'è menc' un stradell'
Cumm' sei fuss' 'na gran guida
ad imparai la streda.

Ma è vent' che ven' giù da è Mont' Logg'
Che è passa fra i re`m senza foiie
che sguilla giù sopra li ripi.
Lu' l'ha un son' tutt' speciel
Se 'na volta tl'incontri,
cmenz' a insugne'
e tun' smett' più!

 

Il vento di Monte Loggio

Il vento che sbatte forte forte nei vetri delle finestre. E ti fa venire voglia di rannicchiarti giù in fondo alla cuccia. Il vento che corre sopra le onde del mare. Quando arriva a spazzare i sassi e la spiaggia dove non dovrebbe starci nessuno. Il vento che fa mulinelli con sabbia e grandine Andalusa e tira così forte ma così forte che ti potrebbe perfino staccare dal mondo. Il vento mollo di acqua, e non ha paura nemmeno dei tuoni e delle saette. E strappa via quegli ombrellini sgraziati degli uomini di adesso. Il vento gelato di tramontana che porta la neve, ancora la neve. É tutto bianco, davvero tutto bianco. E sarà bello stare vicino al fuoco a fare le carezze al cane. Il vento caldo che la neve la porta via tutta. È un peccato! Se potessi lo fermerei! Ma non si può mica portar via le lenzuola a uno che dorme! Il vento che porta a spasso le nuvole, lassù, nel cielo, dove non c'è neppure un sentierino. Come se ci fosse una gran guida ad insegnargli la strada. Ma il vento che viene giù dal Monte Loggio che è passato tra i rami senza foglie che scivola sopra i declivi. Lui ha un suono tutto speciale. Se una volta lo incontri cominci a sognare e non smetti più.

 

Gattara

Il 25 luglio ’44 truppe tedesche acquartierate in località Molino di Bascio (Badia Tedalda, Arezzo), in seguito al ferimento di un commilitone operano un rastrellamento nel territorio di Gattara. I militi catturano una dozzina di uomini nelle frazioni del capoluogo e ne uccidono cinque per rappresaglia in località Calesanne di Frassineto. Nessuna delle vittime apparteneva alle brigate partigiane. Quattro di loro erano padri di famiglia, con numerosi figli a carico.

Lungo la strada che da Frassineto porta a Santa Sofia (Badia Tedalda), in prossimità del luogo dell'uccisione, si trova una stele in memoria.
 

INSERTI Tappa 5

 

Testimonianza

Sotto Frassineto, ai margini della strada per Santa Sofia Marecchia lambita da un piccolo torrente, si alza una stele di pietra bianca. Riporta la data del 25 luglio 1944 e cinque nomi:

Da quel giorno, ormai lontano ma sempre presente, l’antico sentiero che congiunge Romagna e Toscana testimonia un eccidio esecrabile e ingiustificato anche per le più permissive norme di guerra. Sono i colpi di coda di un drago ferito e votato ad ogni violenza, pressato da un nemico determinato a spazzarne via ogni traccia dal territorio divenuto, nostro malgrado, campo di resistenza per oltre cento giorni.

Talvolta il mio pensiero torna al periodo dello sfollamento e in particolare a quel 25 luglio. Mi corrono allora nitide le immagini degli uomini catturati a Gattara, Campo e Campaccio mentre, spintonati dalle urla e dal calcio dei moschetti, scendono tremanti dal Pianello alla piazzetta del Trebbio dove bambini e donne assistono inebetiti e impotenti alla sorte che incombe sui loro cari. Qui avviene l’arresto del babbo e di Francesco Burioni. Poi giù verso Frassineto dove Giovanni Valenti cerca la fuga, ma un colpo alle gambe lo ferma. Sta perdendo molto sangue. Scoperto che il ferito è poco più che un ragazzino viene rilasciato. La marcia continua con la cattura di Iginio Valenti. Dall’aia del Trebbio si può osservare, a tratti, la penosa scena. Poi tutta quella masnada sparisce negli oscuri anfratti del Fosso dei Ranchi sottostante quasi a nascondersi per la vergogna di quanto sta per compiere. Dopo lungo, penoso silenzio irrompe straziante il suono delle mitraglie. Nella piazzetta del Trebbio, colma di gente che attende, che spera, scoppiano urla e pianti di disperazione. E non è difficile immaginare che l’ultimo pensiero dei nostri genitori corresse ai ventisei figli, tutti minorenni, che sarebbero rimasti orfani e lontano dalle loro case.

Noi, figli di quei martiri, qui torniamo ogni dieci anni. Perché qui, dove il vicino torrente ne raccolse il sangue, aleggia il loro spirito e rende sacro il luogo. Qui portiamo i nostri figli e i nostri nipoti perché imparino ad apprezzare il valore della vita, della pace e della libertà.

Ma quella strage perché?

Vito Ciavattini, uno degli scampati, racconta di aver sentito un soldato tedesco esprimersi così: “Voi ferito nostro amico, noi uccidere cinque italiani”. Si è sempre saputo che a Cagnogno un militare tedesco si era ferito volontariamente per evitare il fronte, per cui il rastrellamento successivo non sembra la conseguenza di questo particolare episodio.

Dai ricordi personali e dai discorsi della gente esce la tesi più realistica e condivisa: un ragazzo del Molino, detto “Furbicin”, frequenta una giovane sfollata con la famiglia nella zona Frassineto. Accortosi che un soldato polacco presta troppe attenzioni alla sua presunta fidanzata, si ingelosisce, gli tende un agguato e lo lascia morto sulla strada che va dal Trebbio al Monte. Quindi riesce a mettersi al sicuro raggiungendo la Francia, sollevando la rabbiosa reazione della gente e particolarmente delle quattro donne rimaste vedove con tanti bambini da allevare.

La notizia arriva al comando tedesco che sentenzia: “Voi ucciso nostro alleato, noi fare caput a cinque dei vostri”. La rappresaglia non si fa attendere. Ma resta il mistero: con quale criterio sono stati giustiziati proprio gli unici quattro capifamiglia ed un minorenne fra i tredici uomini rastrellati in quella occasione? Per caso ha prevalso la regia occulta di qualche fascista locale? Il dubbio è lecito anche perché, tre mesi prima, al Ponte Carattoni, (oggi Ponte Otto Martiri) i tedeschi lasciarono ai fascisti piena libertà di azione contro i partigiani arrestati alle Capanne.

Ai figli nostri sbigottiti e interroganti per simili tragedie rispondiamo che la guerra è la somma di tanti egoismi e la pretesa di affermare la supremazia ideologica di una o più persone a danno dei propri simili. Se la guerra è frutto di queste aberrazioni è anche vero che la pace è ugualmente la somma di tante persone che combattono quegli errori. Ed è proprio grazie ai nostri martiri e ai caduti dell’ultimo grande conflitto che si è andato maturando quel bisogno di pace che ha preservato l’Italia e tanta parte dell’Occidente da guerre per oltre settanta anni. Fatto che non ha precedenti nella storia italiana. E se dagli orrori della più devastante guerra mai avvenuta sulla terra continueranno a sorgere persone capaci di prolungare all’infinito questo periodo di pace, allora si potrà dire che i nostri genitori unitamente ai tanti altri caduti non sono morti invano.

Micheli Sergio
 

Massi erranti

Il Cammino Candido tocca alcune emergenze geologiche caratteristiche. Il substrato principale è di tipo marnoso-arenaceo derivante dalla sedimentazione di depositi clastici in mare poco profondo (Successioni Umbro- Marchigiano-Romagnola). In alcuni punti le successioni permangono orizzontali; in altri punti i movimenti tettonici ai quali si deve il sollevamento appenninico hanno compresso gli strati suddividendoli in cunei impilati gli uni sugli altri, producendo inclinazioni e verticalizzazioni, nonché corrugamenti, strati rovesciati e spaccature. L’erosione, asportando con maggiore facilità la friabile marna, ha liberato gli strati della più resistente arenaria, la quale, prima di spezzarsi in lastre più o meno potenti - da sempre utilizzate in edilizia (Pietra Serena) - permane in terrazzi aggettanti sovrapposti, se gli strati sono rimasti orizzontali, o realizza vere e proprie trincee a robuste pareti verticali, oppure vasti declivi nudi più o meno inclinati. Spesso le facce superiodi degli strati di arenaria mostrano le increspature prodotte dal moto ondoso in ambiente litorale negli antichi fondali marini (11-17 milioni di anni fa!), immobilizzate dai depositi alluvionali successivi, mentre le facce inferiori mostrano la controimpronta delle increspature del sedimento alluvionale precedente. Non è difficile leggere segni di trascinamento, tracce di gallerie di vermi ancestrali o di presenze vegetali, segni di vortici legati a correnti trattive turbolente, ecc. In alcuni crinali lambiti alla base da corsi d’acqua periodicamente impetuosi, l’erosione ha prodotto pareti vericali dalla forma triangolare composte da decine di strati orizzontali sovrapposti. Ne sono esempio caratteristico le spettacolari piramidi rupestri derivanti dall’azione del torrente Senatello in prossimità di Casteldelci.

La Valmarecchia è caratterizzata anche da formazioni alloctone e semi-alloctone che costituiscono il complesso noto come “Coltre della Valmarecchia” e rappresentano una porzione della Successione Ligure, traslata da Sud Ovest, indipendentemente dalla massa principale affiorante in Emilia, con cammino sottomarino stimabile attorno ai 200 km avvenuto per oltre 35 milioni di anni. Le successioni alloctone (Liguridi) sono originate da depositi eterogenei avvenuti nel “Bacino Ligure”; quelle semi alloctone (Epiliguridi) si sono depositate sopra le Liguridi durante le fasi della deformazione appenninica. L’ultima fase traslativa ha attestato pressoché definitivamente la Coltre della Valmarecchia nella sua attuale posizione, giungendo con il fronte quasi all’altezza di Rimini. Nell’area del Monefeltro le Liguridi sono rappresentate da unità eterogenee di materiali argilloso, spesso caoticizzate, che inglobano lembi di diverse unità (Epiliguridi) costituiti da blocchi rocciosi, talora di notevoli dimensioni (San Leo e San Marino), che sono stati coinvolti nel movimento della massa principale. Le colate gravitative che hanno traslato queste masse sedimentarie, e le successive azioni erosive, si manifestano oggi nella brusca eterogeneità orizzontale e verticale che caratterizza la Valmarecchia e nello sviluppo degli alti topografici, spesso coronati da strutture medioevali fortificate, così importanti nel paesaggio naturale e storico dell'area.

INSERTI Tappa 6

 

Pennabilli

Ai primi di giugno del ’44 giunge nella provincia di Pesaro la Legione “Tagliamento”, formazione antiguerriglia della Guardia Nazionale Repubblicana fascista, che nel corso dell’estate semina terrore e morte nel territorio. In particolare a Pennabilli si insedia una compagnia del battaglione “Cammilluccia” che con la complicità di fascisti locali provoca la morte di Antonio Balducci, giovane renitente alla leva fucilato il 14 luglio in località Rupe, e di Virginia Longhi, fucilata il 4 agosto con l’accusa di simpatizzare per i partigiani.
 

Dalla prospettiva dei piedi

L’uomo e la donna sono fatti per camminare e il candore è come una vetta posta davanti a noi che chiede, per essere raggiunta, di scendere e ritornare all’infanzia. Più accosto queste semplici parole “cammino candido” e più sento il respiro della vita con la sua esigente sapienza. Tutto in ciascuno racconta di questa spinta che ci attraversa e ci muove ad andare. Lo dice il neonato che prematuramente pretende di tenere ritta la “testina” o di puntare i “piedini” quando ancora il suo corpo non è abbastanza robusto per sostenere il suo desiderio. Lo attesta il bambino che esplora il mondo gattonando e scopre che può portare se stesso da un luogo ad un altro, che può esplorare ciò che non conosce, che può avvicinarsi a ciò che lo attrae o ritrarsi da ciò che lo impaurisce. E via via salendo negli anni ci sono quei primi timidi, traballanti, emozionanti passi che sono una vera rivoluzione per i sensi nel rapporto con se stessi, gli altri e il mondo. A questi faranno corona innumerevoli altri passi, qualche volte sulle punte, altre a saltarelli, le corse, le capriole, più o meno volontarie, le inevitabili cadute, le necessarie ripartenze fino alla bomba atomica che è l’adolescenza in cui si sa solo di dover andare, tutto preme e ci sbatte fino a che impariamo ad orientarci e a disciplinare le forze perché siano nostre alleate nell’avventura di prendere la forma di ciò che siamo nella verità. Quando questo accade si aprono per noi le porte della vita adulta che continuerà a camminare e cambiare fino alla canizie in cui, pur di non fermarci aggiungiamo un bastone, qualche volta due, altre delle ruote ad una sedia perché proprio non si può restar fermi. La vita, dalla prospettiva dei piedi, è questa danza che ci tiene vivi sempre, che ci muove, curiosi e inquieti, che ci invita a partire, a esplorare. E poi, come girando uno specchio immaginario, si trovano altri passi, più nascosti, che si muovono tra le pieghe della vita interiore, che esplorano le profondità di desideri e paure, che si sporgono verso l’Alto e verso l’ignoto alla ricerca di sé stessi. La logica è la medesima: si tratta di esplorare la propria dotazione, di scegliere una meta e di incamminarsi con il passo giusto. Anche dentro noi stessi dobbiamo apprendere le regole del cammino, trovare il ritmo del passo, prevedere i pericoli, riconoscere la differenza tra uno spazio affidabile ed uno insidioso, sapere il da farsi man mano che il panorama cambia. Anche le pieghe dell’interiorità nascondono burrasche e mari calmi, cieli azzurri e nuvole nero pece, mormorii leggeri di una presenza attesa e venti impetuosi che sembrano voler disperdere i desideri del cuore.

Io i viaggi più lunghi e avventurosi li ho fatti dal Monastero! Sembra impossibile, eppure un luogo attaccato alla roccia, come il monastero della rupe, può essere il mattino di infinite partenze. E sempre dal monastero ho appreso la logica del camminare in cordata ove, nel procedere annodati, si avanza insieme come se fosse uno solo a camminare. Non è scontato, ma quando avviene, ti trovi tra le mani un miracolo di carne! La vita, dalla prospettiva del cuore, è questo vigoroso viaggio che ci rende umani, che ci fa scoprire amici e fratelli, che ci riannoda alle nostre radici e che ci apre ad una vita sempre nuova perché riconciliata e fedele nel cammino di ogni giorno.

Suor Anna Chiara Sanulli

Monache Agostiniane della Rupe di Pennabilli

 

INSERTI Tappa 7

 

Un albero di trenta piani (Adriano Celentano, 1972)

 

Per la tua mania di vivere in una città

guarda bene come "cià" (ci ha) conciati la metropoli.

Belli come noi ben pochi sai ce n'erano

e dicevano quelli vengono dalla campagna.

Ma ridevano si spanciavano già sapevano

che saremmo ben presto anche noi diventati come loro.

Tutti grigi come grattacieli con la faccia di cera

con la faccia di cera è la legge di questa atmosfera

che sfuggire non puoi fino a quando tu vivi in città.

 

Nuda sulla pianta prendevi il sole con me

e cantavano per noi sui rami le allodole.

Ora invece qui nella città i motori

delle macchine già ci cantano la marcia funebre.

E le fabbriche ci profumano anche l'aria

colorandoci il cielo di nero che odora di morte.

Ma il Comune dice che però la città è moderna

non ci devi far caso se il cemento ti chiude anche il naso,

la nevrosi è di moda: chi non l'ha ripudiato sarà.

 

Ahia non respiro più, mi sento che soffoco un po',

sento il fiato, che va giù, va giù e non viene su,

vedo solo che qualcosa sta nascendo...

forse è un albero sì è un albero di trenta piani.

INSERTI finali di ospitalità e Pro loco

 

Senatello di Casteldelci: AGRITURISMO “LOCANDA DI FEDERICO”

 

Ville di Fragheto di Casteldelci: AGRITURISMO “IL CAPANNO”

L'Agriturismo "Il Capanno" è un'oasi incantata, progettata con cura dai titolari per cogliere ed esaltare la bellezza di ogni angolo dell'intero complesso, sapientemente ristrutturato, e per garantire il benessere dei propri ospiti nel rispetto della natura. Immerso in una valle bellissima, ricca di arte, storia e cultura, circondato dalla natura incontaminata e ancora selvaggia di questa terra ai piedi del Monte Fumaiolo, a pochi passi da i centri di Casteldelci e Pennabilli, abbracciato all’appennino Tosco-Romagnolo, “Il Capanno” offre ai sui ospiti un’accoglienza calda e familiare. Lo sguardo sconfina nella vallata sottostante del Senatello e sulle catene montuose dell’Appennino che la circondano, nella storica terra della Valmarecchia, terra di castelli e borghi medievali, chiese e pievi romaniche, musei e percorsi naturalistici, sagre e fiere paesane, a pochi chilometri dal Monte Fumaiolo e dal mare di Rimini.

Per vivere e condividere il nostro piccolo sogno sarete alloggiati nella “Casavecchia”, un'antica casa del '600 completamente ristrutturata, con una camera doppia con toilette privata, cucina e soggiorno, al piano terra un piccolo appartamente con una camera a 4 posti. Da qui potrai godere di fantastici panorami affacciato ai due portici ad uso esclusivo. Piccoli angoli di giardino sono allestiti per trascorrere le vostre ore di relax in piena comodità, leggendo un libro, schiacciando un pisolino, oppure passeggiando in verdi sentieri tra i boschi. È possibile cimentarsi in una grigliata all’aperto, usufruendo del caminetto, con possibilità di allestire il vostro banchetto nel portico esterno. La cucina di Luciana, creativa e raffinata, ricca di profumi e sapori tipici della civiltà contadina, propone prelibatezze tipiche, con piatti di stagione e prodotti di provenienza locale come funghi e tartufi (in stagione), piatti semplici e dimenticati che sapranno incantare anche il palato più esigente.

 

Bascio di Pennabilli: AGRITURISMO “LA TORRE”

Nasce dalla voglia di due giovani di rimanere legati all'ambiente in cui sono nati, dalla passione per la natura, per la campagna e per tutti i tipi di animali. Si trova ai piedi di un'antica torre del XII secolo che sormonta la valle del fiume Marecchia in località Castello di Bascio nel comune di Pennabilli (RN). Propone una cucina tipica del luogo che richiama i sapori della Romagna e della vicina Toscana. I cibi serviti derivano dall'orto e dagli animali che sono alla base dell'azienda agricola di conduzione familiare: ovini di razza appenninica, bovini di razza romagnola, suini magroni e animali di bassa corte (piccioni e conigli). L'azienda è interamente certificata biologica. L'agriturismo offre la possibilità di acquistare direttamente sia la carne fresca che quella stagionata e di alloggiare in camere matrimoniali in stile o in comodi appartamenti dotati di angolo cottura.

 

Ponte Messa di Pennabilli: CAMPING MARECCHIA DA QUINTO

Piccolo e confortevole, il Camping Marecchia da Quinto è al centro della valle omonima, nel Montefeltro, a Ponte Messa di Pennabilli. Le piazzole (25) hanno ovviamente il fondo erboso. E’ dotato di moderni servizi igienici con docce calde, camper service, bar, tavola calda. La favorevole ubicazione, lungo la strada provinciale 258 Marecchiese, al centro della verdeggiante valle del Marecchia nel Montefeltro, favorisce ogni giorno escursioni a centri di grande interesse turistico e culturale: siamo a due passi da San Marino, San Leo, Pennabilli (resa famosa da Tonino Guerra), Sant’Agata Feltria e da quel gioiello di borgo medioevale che risponde al nome di Petrella Guidi, raggiungibile anche a piedi. Per gli sportivi e gli amanti della natura sono disponibili percorsi organizzati nel parco regionale "Sasso Simone e Simoncello" di trekking, mountain-bike e cavallo: per i patiti della pesca il fiume Marecchia scorre a pochi passi. Punto focale del complesso è la piscina, di ampie dimensioni. I giovani si possono divertire con le piattaforme per i tuffi e con campi da beach vollye e beach soccer, mentre per i più piccoli è a disposizione un ampio parco giochi. Il verde è in abbondanza e molto curato, con aiuole fiorite e vialetti erbosi ben tenuti.

 

Ponte Messa di Pennabilli: MULINO RONCI

Il fiume, in questo caso il Marecchia, e stato l'input primario che nei secoli addietro ha propiziato gli insediamenti urbani in tutta la vallata. A pensarci bene è impossibile immaginare allora qualsiasi tipo di vita lontano dall'acqua. In questa nostra epoca, invece, abituati a servirci degli acquedotti e a far spesa nei supermarket, troppo spesso la gente si dimentica dell'importanza che il Marecchia ha avuto per gli avi. In questo panorama esiste ancora una famiglia che sente di avere col fiume lo stesso legame vitale dei progenitori. Una di queste è la famiglia Ronci, titolare del mulino di Ponte Messa, l'unico ad acqua rimasto in funzione in tutta la Valmarecchia. La nostra famiglia è dedita a questa attività artigianale da sempre: dapprima intrapresa nel 1941 da Secondo Ronci, poi continuata dal 1985 dai figli Marcello Ronci e Palmiero Ronci i quali non hanno mai pensato di cambiare mestiere e neanche hanno mai voluto sostituire le macine storiche (1941) ad acqua del suo mulino con i più moderni cilindri azionati ad energia elettrica, cosa che per altro hanno fatto tutti gli altri mugnai già da molto tempo. La nostra filosofia è quella di mantenere un prodotto di qualità proprio come lo erano quelli di un tempo. Per questo selezioniamo grani rigorosamente italiani prodotti e coltivati dalle aziende agricole (di fiducia) vicine al nostro molino. Produciamo farine adatte ad ogni tipo di uso dalla pasta fatta in casa alla tradizionale piadina romagnola, ma anche dolci, pane, pizza, ecc. Oltre al molino abbiamo ancora in piena attività una sega antica a lama orizzontale con cui ricaviamo travi, tavole, travicelli ed altro. La nostra segheria si occupa principalmente di ristrutturazioni di vecchi casolari; il legname da noi utilizzato è il rovere tedesco e francese e le lavorazioni sono tutte artigianali ed effettuate tutte a mano. La nostra famiglia cerca di portare avanti queste due attività artigianali con tutte le difficoltà dei nostri tempi, mantenendo però la tradizione. per dare al consumatore un prodotto finale di elevata qualità.

Foto d’epoca del Molino Ronci

 

SANT’AGATA FELTRIA

Un paese dal passato illustre che guarda al futuro con ottimismo

Giungendo a Sant’Agata Feltria da ogni direzione sarà impossibile non ammirare il castello che sovrasta il centro storico: Rocca Fregoso ha accompagnato Sant’Agata Feltria nella sua lunga storia ed è simbolo ed immagine di questo paese. Per alcuni secoli, Rocca Fregoso è stata dimora e rappresentazione del comando, del potere e della forza esercitati dai nobili infeudati dalle grandi signorie del tempo. Dopo i Cavalcaconte e la parentesi Malatestiana, è Federico di Montefeltro che si impossessa del castello per concederlo poi in dote alla figlia Gentile Feltria, andata sposa al genovese Agostino Fregoso. Per almeno quattro generazioni a seguire, mentre lo spirito indomito e guerriero di questa famiglia, portava i discendenti maschi lontano da queste terre, le consorti governavano Sant’Agata con attenzione, capacità e saggezza. In questo favorevole contesto, prosperarono la meditazione, l’arte ed il gusto delle belle cose, principi questi, che andarono a segnare con tratto indelebile il tempo passato ed anche quello presente di questa realtà. Con tale imprescindibile e favorevole contesto, nascono e crescono rigogliosi gli incantevoli gioielli che Sant’Agata ora mostra con soddisfazione ed orgoglio alle attuali generazioni. Ecco sul colle posto a levante, sorgere la chiesa dei cappuccini, fatta costruire nel 1575 da Lucrezia Vitelli Fregoso. La tradizione popolare vuole che una immagine della Madonna qui rappresentata mosse gli occhi nel settembre del 1796. L’evento ebbe a ripetersi il 12 febbraio 1797 ed anche nel 1850, sempre alla presenza dei fedeli. Poco distante, vediamo il convento di San Girolamo fatto costruire dai marchesi Fregoso per ospitare una congregazione di frati girolamini nel 1560. Accanto al convento venne costruita anche la bella chiesa dedicata alla Beata Vergine delle Grazie. Posta su un lato della piazza principale di Sant’Agata Feltria, si trova l’Insigne Chiesa Collegiata, eretta nel X secolo per volere di Raniero Cavalca Conte di Bertinoro e signore del luogo costruita sulle rovine del sacello dedicato alla santa vergine e martire. Sotto l’altare maggiore, in una teca blindata, sono conservate le reliquie della santa catanese. Dalla parte opposta della piazza sorge imponente il palazzo del comune, all'interno del quale è posto il teatro “Angelo Mariani”. Intitolato al grande direttore d’orchestra che proprio qui affinò la naturale predisposizione e le tecniche di quell’arte, rappresenta uno scrigno prezioso, colmo di storia musicale e culturale dell’Italia Intera. Fatto costruire dalle famiglie santagatesi già nel XVII secolo, il teatro trasporta fino ai giorni nostri, la testimonianza di un paese sempre proteso alla ricerca del progresso, anche attraverso lo straordinario mondo del melodramma.

Da qualsiasi direzione giungerete a Sant’Agata Feltria, soffermatevi un poco; potrete ammirare un paese dal passato illustre dove la meditazione, l’arte ed il gusto per le cose belle, si fondono ancora nell’armonia del silenzio.

 

CASTELDELCI

Indietro nel tempo”

Il comune di Casteldelci copre una zona geografica molto vasta che fa parte della regione appenninica situata fra la Toscana, la Romagna e le Marche. Fino agli anni ‘50 in questo territorio viveva un numero consistente di persone che, dopo un periodo di forte miseria dovuto a quella che fu chiamata “piccola era glaciale” (tra il 1500 e il 1800), diede vita a una comunità che raggiunse il numero di 1.800-2.000 persone. Ogni casolare e ogni borgo era abitato, infatti, da un grande numero di persone che viveva e spesso appena sopravviveva coltivando la terra e allevando il bestiame. Un’altra risorsa importante del territorio consisteva nello sfruttamento delle molte aree boschive, sia perché il legname costituiva l’unica fonte di energia rinnovabile, abbondantemente presente, che non richiedeva alcuna cura nella fase di ricrescita; una delle poche merci da poter vendere, anche trasformata in carbone o carbonella. Fino a metà del secolo scorso, in effetti, erano molto diffuse le “carbonaie” tant’è vero che in tutti i boschi c’erano delle radure, cioè delle piccole piazzole artificiali create dai carbonai chiamate “piazze da carbone” dove veniva accatastato il legname. Quella della “carbonaia” era una tecnica tramandata da secoli e consisteva nel creare una “montagnola” di legna che, dopo averla ricoperta di terra, veniva fatta ardere molto lentamente fino a dare origine a carbone e carbonella, materiale combustibile molto richiesto nei centri della vicina riviera. I carbonai dovevano seguire e tenere sotto controllo questo procedimento giorno e notte per evitare che la legna “prendesse fuoco”. Una volta terminato il lavoro, il carbone ottenuto veniva messo nei sacchi di tela e trasportato con i muli nei luoghi di smistamento (Molino del Rio e Giardiniera) ove in estate, già da inizio ‘900 si riusciva ad arrivare con dei camion. Erano i tempi in cui lo sfruttamento naturale del territorio e la solidarietà fra i componenti della comunità consentiva comunque una vita dignitosa. Il ricordo di quel periodo ancora prevalentemente rurale fa tornare alla mente alcuni episodi ora divertenti ora commoventi. Uno di questi riguarda il salvataggio della bambina gravemente malata avvenuto durante la grande nevicata del 1956 ad opera della comunità di Casteldelci che, a causa della mancanza di strade adeguate, dovette affrontare una vera e propria “avventura” non senza rischio. Questo modello di vita inizia a modificarsi verso gli anni ’50, quando lo sviluppo dell’industria e i mutamenti sociali del dopoguerra cominciano a favorire il trasferimento delle famiglie verso la città, con il conseguente svuotamento delle campagne. Il costante fenomeno di emigrazione che si verifica nel territorio porta progressivamente allo spopolamento di quei borghi e casolari pieni di vita e di attività e che ora sono in gran parte abbandonati. Poco tempo dopo iniziò la costruzione della “strada maestra” che collegava la località Ponte Otto Martiri a Schigno e ciò cambiò profondamente la vita della gente del luogo. Quel tratto di strada asfaltata poi a fine anni ‘60, si ricollegava, nella fantasia dei bambini di allora, all’immagine delle città con le grandi strade così “lisce” e confortevoli come si vedevano nei film alla televisione. Quando poi arrivò il primo distributore di benzina fu la vista dell’insegna gialla e luminosa, con il cane nero a sei zampe dell’AGIP che “forava” il buio della notte a far sognare di essere in una grande metropoli: “Siamo stati li un’ora a guardare: una bellezza! Quel giallo che sprigionava dal tabellone luminoso sembrava che facesse luce fin sulle nostre case!”, dicevano alcuni abitanti del luogo. Questo episodio che ora può far sorridere, rende perfettamente l’idea del grande mutamento che iniziò in quel periodo. Negli ultimi anni però si sta verificando un ritorno alla campagna e molti giovani provano a riprendere l’attività dei nonni applicando le nuove tecnologie che rendono la vita agricola meno usurante. Inoltre si sta cercando di mantenere in vita le tradizioni locali attraverso varie manifestazioni che richiamano il passato, approfittando della memoria storica degli ultimi anziani. A tal proposito, negli anni recenti, c’è stato un forte incremento delle iniziative culturali, specie nel periodo estivo, gran parte delle quali improntate proprio al recupero delle vecchie tradizioni. Questi eventi hanno visto una larga partecipazione di persone provenienti anche dalle zone costiere. Le iniziative di cui parliamo sono molto importanti anche per sollecitare un lavoro di recupero di alcune opere che hanno un valore culturale ed affettivo per il territorio (fontanili, “maestadine” ecc.), affinché non vadano definitivamente distrutte. La loro perdita porterebbe anche alla scomparsa di quella memoria storica così importante anche per le future generazioni. È evidente che i tempi sono cambiati, la gente ha esigenze diverse da quelle di una volta e la vita in posti isolati come Casteldelci può sembrare penalizzante, specie per i più giovani ma, anche grazie a Internet, l’isolamento è sempre meno sentito. Luoghi come Casteldelci, ricchi di valenza storica e naturalistica, vanno preservati ad ogni costo e ciò si può fare sia attraverso iniziative di sensibilizzazione verso le Istituzioni sia attraverso un coinvolgimento attivo della popolazione.

Archivio Firmalampen

(Italo Dolci, Marisa Silvestri e Roberto Tilio)


Foto d’epoca di Casteldelci

 

BADIA TEDALDA

La, dove la valle del Marecchia si chiude, a ridosso del complesso montuoso dell’Alpe della Luna, si trova il comune di Badia Tedalda, provincia di Arezzo, estremo lembo orientale della regione Toscana. Collocato dal punto di vista geopolitico nell’area dell’Unione dei Comuni Montani della Valtiberina Toscana vede il suo territorio completamente rivolto verso il litorale adriatico. Al pari di tanti altri comuni montani, quello di Badia Tedalda si caratterizza per avere una grande superficie (120 Km quadrati) ed una limitata popolazione (poco più di 1000 abitanti); la comunità si distribuisce su borghi più o meno grandi, ma in maniera puntiforme occupa ogni angolo del territorio. Badia Tedalda, capoluogo, conta circa 400 abitanti, i badiali, si trova a 700 m slm ed ha la fortuna di ospitare quasi tutti i servizi: il municipio, le scuole, dal nido alla vecchia scuola media, il medico, il distretto sanitario, la farmacia, l’ufficio postale, la banca una RSA, i carabinieri, un distributore di benzina, un macello e bar, alberghi, ristoranti, B&B, Agriturismi e infine associazioni di volontariato di grande significato, quali la Proloco e la Confraternita di Misericordia. Questo territorio ha rappresentato da sempre un importante crocevia dal punto di vista economico, religioso e militare, come testimoniano numerosi toponimi (Salaia, Via Maggio, Palazzo dei Monaci, Campo della battaglia, ecc.). Le torri di Bascio, Gattara, Cicognaia ed altre ricordano la valenza strategica di questa area. La presenza di resti di vecchie dogane ne avvalora l'importanza, paventando un crocevia di interessi economici rappresentati dal transito di merci, animali e persone. Badia Alta, con il suo antico borgo regolarmente abitato, dai suoi 750 m domina su tutta l’alta valle del Marecchia, quell’area, per intenderci, che va dalle sorgenti poste in località Pratieghi fino al punto di confluenza del fiume con il torrente Senatello. La chiesa monumentale intitolata a San Michele Arcangelo sta sulla sommità del colle e sorge sulle rovine di un'antica abbazia benedettina realizzata intorno all’anno mille. All’interno della chiesa, un vero e proprio monumento oltre che luogo di culto, si trovano pregevolissime pale in ceramica invetriata realizzate dalla bottega fiorentina dei Della Robbia; anche questo elemento contribuisce a testimoniare il legame profondo di questo territorio con la Firenze del Rinascimento. Qui si parla un italiano quasi perfetto con piccole inflessioni dialettali che distinguono gli abitanti dell’alta Marecchia da quelli della bassa, vale a dire quelli che abitano nelle località di Santa Sofia e Ca Raffaello, frazioni che si collocano nell’omonima isola amministrativa, un area Toscana immersa in territorio romagnolo. Le particolarità di questo territorio non finiscono qui: il vertice nord del Comune è sovrastato dal Poggio dei tre Vescovi, punto di confluenza fra le regioni Toscana, Emilia Romagna e Marche, quella parte di Marche che oggi sono diventate, per volontà popolare, Romagna riminese. Scendendo lungo la dorsale che corre a sinistra del corso del fiume Marecchia, uno dei crinali più suggestivi dell'Appennino, si incontra il territorio della Pianca, un altipiano posto a circa 1.000 - 1.100 m slm; qui gli abitanti del paesino di Fresciano mantengono dalla metà del 1300 un singolarissimo uso civico che rende possibile fruire dei proventi della gestione di alcuni boschi e di terreni agricoli. Nel territorio della bassa Marecchia le località comprese nell'enclave di Santa Sofia e Ca' Raffaello si trovano a vivere una realtà geopolitica frutto di contrattazioni e accordi fra nobili del posto che compravano paesi come se fossero semplici orti familiari. La storia più recente, quella del ‘900, ha lasciato segni indelebili nei luoghi e nelle persone: nel parco delle rimembranze che si trova a Badia, capoluogo, ogni albero rappresenta una vittima, un martire delle due grandi guerre. Percorrendo i crinali che si affacciano sulla vallata del Marecchia, da quei tanti punti che ci permettono di seguire il percorso della strada regionale 258, si notano qua e là fosse e scavi di diverse dimensioni; purtroppo non si tratta di residui di attività estrattive, bensì di trincee, casematte e quant'altro poteva servire per riparare soldati e pezzi di artiglieria. Lungo queste dorsali il comando tedesco cercò di creare l'ultimo baluardo per fermare l'avanzata dell'esercito alleato sul territorio della penisola: di qui passava la " Linea Gotica". Nell'inverno-estate del 1944 le truppe tedesche, supportate da formazioni fasciste locali tennero sotto scacco le nostre comunità seminando panico e terrore fra i civili, che nella maggior parte dei casi erano costituiti da anziani, donne e bambini. La comunità di Badia non dimentica i suoi martiri e per tenere vivo il ricordo di questi eroi ha intitolato loro due dei luoghi simbolo della democrazia di un paese: la scuola e la caserma dei carabinieri. Ai fratelli "Bimbi", due giovani ufficiali dell'aereonautica catturati dai nazi-fascisti a Rofelle e trucidati nelle campagne fra Senatello e Le Balze, è intitolato il plesso della nuova scuola; ed al carabiniere Fosco Montini, nativo di Rofelle, catturato e trucidato a Sarsina è dedicata la locale caserma dei Carabinieri. Se il pellegrino bussa a qualche porta delle nostre case di campagna sicuramente troverà qualche anziano che ha vissuto quei drammatici momenti, oppure giovani che anno ascoltato e riascoltato, chissà quante volte, i racconti dei genitori e dei nonni. Nessuno porta rancore, gli occhi possono talvolta luccicare, ma si tratta di persone che hanno guardato e guardano avanti, guardano ad un futuro che se pur incerto mai farà rivivere quei momenti; il passato si tramanda perché possa "insegnare" e non per suscitare sentimenti vendicativi.

 

PENNABILLI

Dalla sommità del monte Carpegna, verso la vallata del Marecchia, si apre alla vista del viandante un ampio anfiteatro con al centro Pennabilli. Città vescovile, capitale religiosa del Montefeltro e sede del Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro, Pennabilli è adagiata sulle pendici occidentali del Monte Carpegna degradanti verso il fiume Marecchia, a mt 629 s.l.m. Edificata sulle emergenze rocciose della Rupe e del Roccione è una caratteristica cittadina dall’impianto medioevale. Deve il suo assetto urbano all’unione di due antichi castelli, quello dei Billi sopra la Rupe e quello di Penna sopra il Roccione.

Il territorio circonvicino è stato abitato sin dall’antichità, vedendo succedersi gli umbri, gli etruschi e i romani i quali incrementarono l’antico asse viario di fondovalle ed il Vico Messa. Ma è con il fenomeno dell’incastellamento, intorno all’anno Mille, che l’abitato si sviluppa. Prima diviene feudo dei Carpegna, poi dei Malatesta dei quali è probabilmente la “culla”, prima che questa famiglia scendesse a Verucchio e Rimini. Nel corso del 1300 i due comuni autonomi di Penna e Billi si uniscono, dando luogo ad una sola entità comunale, come raffigurato nello stemma comunale ove si vedono due torri sormontate dall’aquila feltresca. In quel periodo inizia altresì la realizzazione delle mura e delle porte cittadine che delimitano ancor oggi i contorni dell’abitato. L’appartenenza al Ducato d’Urbino segna il destino marchigiano del centro, realizzando quel legame costante della comunità pennese con la famiglia dei Montefeltro prima e dei Della Rovere poi. Destino che viene poi reso romagnolo dal passaggio del Comune alla Regione Emilia Romagna avvenuto nel 2009.

Nel 1572 Gregorio XIII trasferisce da San Leo a Pennabilli la sede della Diocesi del Montefeltro, oggi denominata S. Marino-Montefeltro. La presenza della Diocesi caratterizza fortemente la cittadina dal punto di vista urbano: la Cattedrale, il Santuario di Sant’Agostino con il monumento della Madonna delle Grazie, il Convento delle Agostiniane, la Chiesa e l’Ospedale della Misericordia, sono beni culturali che ancor oggi possiamo ammirare. Dal punto di vista sociale la costante presenza di un clero numeroso, del vescovado, del seminario feretrano e di numerose confraternite, rendono il carattere cittadino particolarmente legato alla religiosità, tratto che si esprime anche nella sacra rappresentazioni del Venerdi Santo detta “Processione dei Giudei”.

Con lo Stato nazionale Pennabilli è centro amministrativo ed economico di notevole importanza. La presenza della Pretura e della Tenenza dei Carabineri marcano quel rapporto di dipendenza reciproca fra città e campagna che si esplica nelle importanti fiere e nella presenza di una forte tradizione artigiana del centro urbano.

Durante la seconda guerra mondiale Pennabilli fu al centro di numerose vicende belliche trovandosi nelle immediate vicinanze della linea gotica e a causa delle formazioni fasciste presenti in paese. In particolare la cittadina venne segnata nell’estate del 1944 dalle fucilazioni dei giovani Antonio Balducci e Virginia Longhi da parte di elementi del battaglione fascista della Camilluccia. Nel dopoguerra, la forte emigrazione spopola le campagne e riduce la presenza dei residenti, delineando cosi l’attuale consistenza del comune in una superficie di 63 kmq con circa 3.000 abitanti residenti nel centro e nelle otto frazioni.

Pennabilli è oggi una tranquilla cittadina che vive di piccola industria, d’artigianato, di servizi; ma soprattutto vuole imporsi quale centro per un turismo ambientale e culturale. L’ambiente naturale, infatti, offre un contesto ideale per un soggiorno in cui vivere intensamente la natura. Il Parco del Sasso Simone e Simoncello, che insiste anche sul territorio comunale di Pennabilli, vuole essere un centro di soggiorno naturalistico di prima importanza nel centro Italia. Inoltre le numerose testimonianze del passato, il patrimonio monumentale e artistico presenti nel paese e nelle frazioni, creano un percorso culturale di prestigio avvalorato da numerosi eventi culturali e spettacolari nel corso dell’anno quali la Mostra Mercato dell’antiquariato, Artisti in piazza, gli Antichi frutti e le feste paesane legate ai prodotti tipici.

Importanti e diversificati i musei: dal Museo diocesano con la raccolta d’opere d’arte religiose, al Museo dell’informatica e del calcolo meta di numerosissimi studenti da tutta Italia, dal Museo del Parco Sasso Simone e Simoncello che svolge numerose attività didattiche dedicate alla natura, al Museo diffuso dell’anima e al Mondo di Tonino Guerra. Il poeta e sceneggiatore Tonino Guerra, che ha vissuto per oltre vent’anni a Pennabilli nella sua casa ove oggi riposa, ha caratterizzato la cittadina con le sue istallazioni poetiche ispirate alla sua ampia opera letteraria. La realizzazione del suo originalissimo “Orto dei frutti dimenticati”, ha riscosso particolare successo ed ampi consensi.

Pennabilli offre infine un ampia offerta recettiva per tutte le tasche e le esigenze, nonché alcuni ristoranti di ottima qualità nei quali vengono offerti i prodotti tipici della zona. Tuttavia il visitatore troverà sempre nella gentilezza, nell’ospitalità e nella accoglienza dei pennesi, le motivazioni principali per un gradevole soggiorno.

Lorenzo Valenti

 

Verghereto

Comune di 1.900 abitanti sparsi in 117 kmq, si distribuisce tra altitudini di 500 m slm della località Para e 1.407 m slm del Monte Fumaiolo. Dal Fumaiolo nasce il fiume Tevere, “sacro alla Patria”, che Mussolini volle dovesse nascere in Romagna; per questo, nel 1923, la competenza amministrativa del territorio della sua sorgente venne trasferita dalla Provincia di Firenze alla Provincia di Forlì (oggi Forlì Cesena). È ricco di bellezze naturali e località amene, con abitanti laboriosi e amanti del proprio territorio. Le principali attività sono l’agricoltura, l’allevamento, il turismo (oltre 10 alberghi, diversi ristoranti, affittacamere ecc.) e l’artigianato (tra cui una importante escavazione e lavorazione della pietra Serena). Una fitta rete di sentieri, curata e segnalata da locali associazioni turistiche, permette ai tanti appassionati escursionisti di poter ammirare le straordinarie bellezze che la natura ci ha regalato e che l’operosità dell'’uomo ha costruito nel corso dei secoli. Degne di menzione sono le sorgenti del Tevere e del Savio, le faggete del Monte Fumaiolo, del Monte Comero e della Moia, la località Cella, l’Eremo di Sant’Alberico, la cascata sul torrente Alferello, il Sasso spaccato e il Ponte Romano ad Alfero, l’Arco di Montione e la Chiesetta di San Pietro con l’Affresco della Madonna del latte, la Chiesa Parrocchiale di Verghereto (con altari in pietra Serena, opere di uno scultore locale), la Chiesa della Madonna del Trivio a Montecoronaro. Nella chiesa di Santa Maria Assunta di Balze è custodita una madonna con Bambino, in terracotta, del XVI secolo, attribuita alla scuola di Giovanni della Robbia. Sempre a Balze si trova la chiesetta dedicata all’Apparizione della Madonna (secondo la tradizione popolare, la Madonna sarebbe apparsa a due pastorelle - una cieca e l’altra muta - il 17 luglio 1.492); tutti gli anni, il 17 luglio, si ricorda l’avvenimento con festeggiamenti che culminano alla sera nella tradizionale e suggestiva processione per le vie del paese con l’immagine della Vergine.

Molto attive sono le sette Pro Loco delle frazioni che organizzano numerose manifestazioni nell’arco dell’intero anno e specialmente nel periodo estivo. Tra le più importanti ricordiamo: SAGRA DEL GINCIALE a Montecoronaro; SAGRA DEL TORTELLO a Verghereto; FIERA OUTDOOR PASSIONI ALL’APERTO a Verghereto; SAGRA DELLA PERA COCOMERINA a Ville di Montecoronaro; SAGRA DELLA PECORINA a Riofreddo; PALIO DEI SOMARI ad Alfero; FIERA DELLA BIRRA ARTIGIANALE a Balze; PALIO DELLA BICONGIA a Balze; FESTA DI SANT’ALBERICO a Capanne; BEVIMAGNALONGA ad Alfero; FESTA DI SAN ROCCO a Capanne.

Nella frazione di Tavolicci, il 22 luglio 1944, è stato perpetrato un orrendo eccidio dalle forze nazifasciste: su 86 abitanti residenti in quella località ben 64 sono stati uccisi, poi bruciati: vecchi, donne e bambini, alcuni di soli pochi giorni di vita. Ora nella località è stata ricostruita la Casa dell’eccidio, trasformata in museo dell’arte contadina e dei luoghi della memoria; vi si tengono mostre e convegni sulla resistenza, soprattutto per le scuole, per favorire la conoscenza e la conservazione del ricordo di quei tragici eventi, affinché non si ripetano più.

Fedele Camillini

Sindaco di Verghereto

 

Ipotesi di altri inserti

 

Camminare in inverno

(Luigi Nacci http://www.viefrancigene.org/it/resource/news/viandanza-il-cammino-come-educazione-sentimentale/)

"È in inverno che il viandante percepisce con forza il suo essere pellegrino – in senso largo, come intendeva Dante: creatura che ha abbandonato la sua patria, dall’identità labile, che attraversa i campi, potente perché senza necessità materiali, fragile perché lontana dagli affetti.

Chi si mette in cammino in inverno non è un turista. È esposto alle intemperie, si ferma poco per non assiderarsi, e passo dopo passo, mano a mano che i piedi divengono prima complici e poi sodali del fango, egli stringe amicizia con i venti del nord, con le buriane, si compiace dei sentieri sepolti dalla neve, ringrazia il sole quando sopraggiunge e non maledice le nubi nere.

Camminare in inverno è fare esperienza della propria piccolezza."

 

Arcobaleno candido (Simone Cola)

Sono tanti i ponti che dovrete attraversare. Potrebbe essere questo il momento in cui fermarsi un attimo, volgere lo sguardo in basso e riposare ad occhi chiusi. Provate ad immaginare il pericolo che comportava percorrere questi sentieri durante le rappresaglie nazifasciste e poi continuate a lasciarvi andare ad un sospiro, spinti dalla corrente d’acqua che rumoreggia sotto di voi; è il ponte che vi parla. La figura del ponte è su tutte simbolo di unione. Unione di due punti altrimenti difficilmente raggiungibili, unione di cui oggi giorno se ne sente sempre più il bisogno. Ed ora pensate al futuro, ponetevi una meta. Grazie a questa natura meravigliosa che vi abbraccia nel percorrere il Cammino potete solo pensare positivamente, ripristinando armonia tra mente e corpo. In questo vi verrà sicuramente di aiuto il principale dei ponti, il più bello, l’arcobaleno. È arrivato il momento di riprendere il Cammino e se vi capita la fortuna di vedere un arcobaleno inseguitelo e fate di tutto per attraversarlo tenendo a mente il significato della sua forma e dei suoi colori.
Credo che a Luigi questo sia già capitato“

 

Cedi la strada agli alberi (Franco Arminio. Poesie d'amore e di terra. Chiarelettere 2017)

Concedetevi una vacanza / intorno a un filo d'erba, / concedetevi al silenzio e alla luce, / alla muta lussuria di una rosa.

 

La tramontana. (Luigi Cappella)

Da tempo non mi stupivo dell'urlo possente della tramontana.

Ero distratto dal ritmo frenetico della modernità.

Stasera l'ascolto in silenzio mentre sibila la sua voce fra i muri delle case.

Mi racconta la storia di un bimbo felice che d'inverno aiutava suo padre.

A fare le ceste coi vimini davanti al fuoco della cucina.

In quei giorni, lui era meno severo. Sua madre intenta a far

gli scapini con aghi e filo,

Lo faceva addirittura giocare con i gomitoli.

Basta poco per gioire. Il troppo toglie il sorriso.

Raccogliamo un cristallo di questa grande nevicata. C'è ne' per tutti

Usiamolo come lanterna per ritrovare il sentiero della gentilezza.

Domani non accendo le luci. Non accendo i motori. Mi fermerò ad ascoltare l'urlo possente della tramontana.

Chissà quante favole mi porterà.

 

Che burdel (Luigi Cappella)

A sermi insiim a camne' sopra la neva bienca.

U c'è pres 'na struzza più bella

Id quella che t'ha,

Qu'ent' port'i sold tla' benca.

 

Ai sem pres tutti par li meni,

Senza pinsa' ma nient

Em tacchet' a gre' tond'

Cum'e' di fulet' id vent'

 

Via giù par terra,

Ai sem' stuglet'

Em vist' che burdel c'avemi dentra,

Cl'era scappet'.

 

Intent c'arturnemi a chesa,

Insiim sa Lu'

Ai'avem' prumess' che a ne'

Mittemi dentra più.

 

Parche' se che burdel,

Al tnem' enca id fora

 La vita la sguilla via mei

Di ora in ora.

 

E quent' ecc ven' un po

Id malinconia, 

Ui pinsara' Lu se su suris'

A facc' arturna'...l'Alegria

 

Quel bambino. Eravamo tutti insieme a camminare nella neve bianca. Ci è venuta un'allegria assai più bella di quella che si ha, portando i soldi in banca. Ci siamo presi per le mani senza pensare a niente. Abbiamo incominciato a girare come folletti di vento. Poi a terra ci siamo arrotolati. Abbiamo visto volar via quel bimbo che tenevano chiuso dentro. Intanto che tornevamo a casa assieme a Lui. Gli abbiamo promesso di non internarlo più. Perché se quel bambino, lo portiamo anche di fuori, la vita scivola meglio di ora in ora. E quando avremo momenti di malinconia. Ci penserà Lui, col suo sorriso, a farci tornare di buon umore.

 

"GLI SPARTINEVE" (Luigi Cappella)

Passano, Passano, Passano
Passano prima su
Poi Ripassano giù.
La pala di ferro che strìde
L'asfalto beffardo che ride
E buttano sale
Una puzza che fà male
Uomini e donne battòn le mani
Hanno ucciso la candida neve
Lo faranno anche domani
Scappo nella Valle del Lupo
Qui i fiocchi ballano la tramontana
Non ho più l'animo cupo
Cammino felice con la buriana.

 

Altre poesie di Luigi Cappella (E’ gren, E’per past, I foss’)

 

Voglio vivere così (Canzone popolare composta nel 1941 da Giovanni D'Anzi e Tito Manlio e interpretata da Ferruccio Tagliavini nell'omonimo film di Mario Matto)

Va'... cuore mio da fiore a fior
con dolcezza e con amor
vai tu per me ...
Và... che la mia felicità
vive sol di realtà vicino a te...

Voglio vivere così
col sole in fronte
e felice canto
beatamente...
Voglio vivere e goder
l'aria del monte
perché questo incanto
non costa niente

Ah, ah! Oggi amo ardentemente
quel ruscello impertinente
menestrello dell'amor
ah, ah! La fiorita delle piante
tiene allegro sempre il cuor
sai perché?

Voglio vivere così
col sole in fronte
e felice canto
canto per me.

 

Alternative Candide e proposte per disabili

"CANDIDO" come il volto sorridente,incuriosito, un pochino preoccupato di bimbi che assieme a genitori e nonni, si incamminano per la prima volta con zaino in spalla e scarponi ai piedi. Si stupiranno, incantandosi all'incontro con la bellezza delle creature naturali. Non sempre ne chiederanno il nome a chi li guida!

"CANDIDO" come lo sguardo di coloro, a cui la vita non ha risparmiato qualche sorpresa poco gradita (non vedenti, disabili, vittime di un qualche "male" o "disagio") ma con la voglia di mettersi in cammino in un sentiero accogliente con guide amiche. Consapevoli che solo affrontando le peripezie della "strada" si può conoscere per migliorare. Per progredire e realizzare il proprio progetto di vita gioiosa. Arrivare felici alla loro luminosa meta, coltivando con amore il proprio "giardino" ...chiamato "mondo" ( Da Le Candide di Voltaire)

"CANDIDA"come la luce che illumina il pensiero di chi ha capito che solo dal nutrimento dello spirito deriva l'energia per custodire la propria salute mentale-corporale ed averne anche una scorta per aiutare gli altri. Potrai fare il "pieno" mettendoti in viaggio verso il "Cammino Candido"

Un cammino capace di regalare la gioia di vivere, usando i piedi, a tutti. Perché tutti siamo NATI PER CAMMINARE. Era Nino Manfredi che cantava...BASTA UN PAR DE SCARPE NOVE E POI GIRA' TUTT'EL MONDO...? e il "mondo"lo puoi conoscere molto di più camminando, piuttosto che passando ore ed ore davanti alla TV, o rimanendo connessi 24 ore su 24!

Quindi cammino per tutti e montagne per tutti. PROTAGONISTI I TERRITORI E CHI LI ABITA!

Ed ecco alcune proposte rivolte a bimbi famiglie e disabili:

  1. La sede del Parco Simone e Simoncello, a Pennabilli, con simulazione degli habitat del territorio

  2. I percorsi fiabeschi di Sant'Agata Feltria

  3. Un parco faunistico a Casteldelci per la biodiversità animale

  4. Una scuola di pace a Tavolicci-FRAGHETO

  5. Facili cammini con animazione diverse ad anello al Parco della Grande Rosa di Casteldelci, alla fattoria didattica di Santa Sofia, al Parco Begni di Pennabilli

  6. Piccoli parchi fluviali con sentieri di circa 1 o 2 km aree per balneazione ed esercitazioni di BALANCERS sul Senatello, sul Marecchia ed al CANAIOLO

  7. Orto amico a Ca' Fanchi per la biodiversità ortofrutticola

  8. Il sentiero del Grano e del Pane, dal Mulino Ronci a Casalecchio

  9. I cammini alle GRANDI SORGENTI, con partenza dalle BALZE

  10. l cammini verso incontri spirituali a SANT'ALBERICO, al CASTELLO DI BASCIO, al MONASTERO DI PENNABILLI, all’EREMO DELLA MADONNA DEL FAGGIO

  11. I tre anelli, dalle grandi suggestioni poetiche e naturalistiche: IL SENTIERO DI DANTE, IL SENTIERO DI CAGNOGNO ED IL SENTIERO DELL'INFANZIA DEL MONDO dedicato al poeta Tonino Guerra.

 

METTETIVI IN CAMMINO nelle montagne e nelle "strade" di Sant'Agata Feltria, di Casteldelci,di Badia Tedalda, di Verghereto e di Pennabilli. Al ritorno un CANDIDO SCHERMO vi permetterà di vedere in voi stessi, negi altri e nel mondo quella luce che la corsa, pilotata da "altri", verso l'accumolazione di beni materiali, aveva quasi spento del tutto. E tutti coloro che poseranno lo sguardo su quel CANDIDO SCHERMO, ci verranno a trovare per innamorarsi di loro stessi, degli altri e del mondo.

Un Cammino per difficoltà motorie

Il Cammino, per noi di AISM è una cosa molto importante bella ed affascinante, tuttavia per qualcuno difficoltosa, se non impossibile. Questo però non ci impedisce di apprezzarne appieno tutti gli aspetti, per prima cosa è un’attività fisica dolce molto importante per il benessere delle persone a qualsiasi età, poi è da sempre il più semplice (ed economico) modo di spostarsi, muoversi, viaggiare ed esplorare. Iniziamo a camminare da bambini più o meno ad 1 anno di vita e lo facciamo fino a che possiamo, sicuramente è parte della vita. In particolare, come sezione provinciale di Rimini, abbiamo sentito come un richiamo quando il sindaco, dottore, viandante Luigi ci ha invitati a partecipare al momento di approfondimento sul tema del cammino, della vita sana e naturale in un contesto assolutamente unico dove alcuni di noi hanno potuto provare anche un percorso in quel di Casteldelci molto piacevole, rilassante ed affascinante. La nostra associazione da qualche anno sta approfondendo il tema che definiamo “Empowerment” cioè il miglioramento della vita delle persone attraverso la ricerca di una maggiore consapevolezza di tutto ciò che facciamo, una maggiore attenzione alla nostra alimentazione, una maggiore attività fisica, meglio se in contatto con la natura. La sezione provinciale di Rimini promuove corsi di Yoga, Feldenkrais, Nordik Walking e conferenze sull’alimentazione. Il progetto di questo “cammino” ci ha rapito: visitare, percorrere, vivere questi luoghi così intrisi di fascino, cultura e storia è una cosa che vogliamo fare e che vorremo fosse alla portata di tutti. Si, alla portata di tutti, perché purtroppo alcuni di noi non sono in grado di camminare agevolmente o neanche di camminare, ma non per questo vorremmo rinunciare all’occasione di un contatto con una natura così viva. Quello di cui avremmo bisogno, noi, ma anche tutti coloro i quali possano avere difficoltà motorie, è un itinerario facilmente raggiungibile e percorribile anche con delle carrozzine ed un spazio a contatto con la natura dove si possano provare tutte quelle esperienze che ci possono fornire le pratiche di ginnastica dolce in un contesto naturale. Per questo sposiamo questo progetto in maniera convinta sperando in una sua definitiva concretizzazione che possa rendere in futuro questi luoghi meta abituale di tante persone alla ricerca di quelle sensazione di pace e serenità che abbiamo provato noi.

Luca Bergnesi

Presidente sezione Provinciale AISM di Rimini con Matteo e Laura

 

Un cammino per difficoltà visive

Camminare per noi non vedenti è molto importante e in genere la difficoltà più grande che incontriamo è quella di trovare persone che ci facciano da accompagnatori. Chi non può utilizzare il senso della vista farà affidamento su tutti gli atri sensi per gustare una passeggiata nella natura. Cogliere gli odori, percepire i suoni e i silenzi, toccare la vegetazione, assaggiare le prelibatezze locali, sono un’esperienza unica a cui dovrebbero essere educati anche i vedenti che spesso svalutano l’uso degli altri sensi. Le tappe proposte da questa brochure-guida per percorrere gli affascinanti sentieri collinari del nostro territorio, possono essere adatte anche per noi. Quali sono le caratteristiche che devono avere? Innanzitutto il sentiero deve permettere il passaggio di due persone affiancate e non presentare eccessivi dislivelli o terreno particolarmente scivoloso. Sarebbe molto utile anche mettere in certi punti delle tavole trasversali che ci segnalino la presenza a lato di bacheche informative scritte in linguaggio braille. Da quanto detto si capisce che a noi non vedenti non serve in questo caso l’impiego di mezzi straordinari, ma, lo ribadiamo, ciò di cui abbiamo bisogno è il tempo e la disponibilità di persone che amino la natura e ci aiutino ad apprezzarla. Al giorno d’oggi sembra strano ma questa è una delle disponibilità più difficili da trovare. La giornata che abbiamo condiviso con altre associazioni, il sindaco e la gente di Casteldeci ha permesso a noi dell’UICI di Rimini di vivere e assaporare il territorio proprio secondo le modalità di cui abbiamo bisogno. Non possiamo che dare un totale appoggio alla realizzazione di
questo progetto e auspichiamo che giornate come quella da noi trascorsa a Casteldelci si possano ripetere.

Pierdomenico Mini

Presidente Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti sezione provinciale di Rimini con Anna ed Antonio

 

Pensieri Candidi

(da alunni delle scuole elementari e medie di Pennabilli)

 

La strage di Fragheto

Il terrore negli occhi, la paura nel cuore, ciò che ora risuona nelle nostre orecchie è il ricordo di questa strage, che deve rimanere impressa nella nostra mente.

Perché l’avete fatto? Perché avete distrutto i sogni e la vita di queste persone? Come avete avuto il coraggio di porre fine a tutta la felicità che aspettava i bambini caduti durante la strage? Queste sono le domande che affiorano nella mia mente ma soprattutto nel mio cuore, ed ogni volta che ci penso sento un vuoto che solo il sorriso di quelle trenta persone potrebbe riempire.

Questo vuoto mi assale e a poco a poco mi consuma con la sua arma peggiore: il dolore.

Ma adesso io voglio lottare per fare in modo che questa tremenda pazzia non venga mai dimenticata e sottovalutata.

(Giuseppina Castaldo, Classe V primaria)

 

Fragheto

I brividi sono ciò che provo quando ascolto le persone parlare di questa strage.

Non credo si giustifichino gli autori di tutto questo male.

Nei documenti non abbiamo trovato nessuna motivazione, solo il numero dei morti, il nome di alcune persone. Attraverso i video dei superstiti abbiamo sentito la loro ricostruzione, la ripercorrevano tra i luoghi di tanto dolore. Sono riuscita a coglierlo quel triste sentimento, che dopo tanti anni era ancora vivo là dentro, nel loro cuore che ormai si è rassegnato ad una vita senza coloro che la morte ha portato via.

Nonostante sia lontano io ho ancora paura che il passato si ripercuota nel presente portando dolore e sofferenze. Può durare un secondo quell’attimo tremendo che ci svuota l’anima, ci disintegra dentro. Non posso proteggere tutti, non ce la potrei mai fare, ma per non commettere gli stessi errori posso solo ricordare quei giorni orribili e mai smettere di sperare.

L’odio tra le persone è purtroppo quasi naturale, non ci si immagina un mondo senza guerre o poveri da sfamare. Se non ci rendiamo conto della gravità della situazione, non potremo mai vivere in un mondo senza guerre, un mondo migliore.

(Aurora Battistini, classe III A secondaria di primo grado)

 

In cammino per la pace

La pace è un cammino che va coltivato e portato avanti con il tempo come la vita, che nasconde dentro di sé una bellezza inafferrabile.

Questa bellezza è stata strappata dai cuori delle vittime della strage ed è stata gettata nel nulla, là dove ci circonda solo una brezza oscura e tetra: i loro occhi pieni di dolore hanno dovuto vivere tutto questo fino al loro ultimo momento, fino al loro ultimo respiro, le loro mani hanno dovuto toccare un dolore inconcepibile agli occhi del mondo. Coloro che hanno vissuto tutto questo dolore a Fragheto vanno ricordati e non gettati nel nulla, come è stata gettata la loro vita e il loro amore.

(Anna Pula, classe III A secondaria di primo grado)

 

Una tempesta di emozioni

Un colpo, un grido e poi più nulla

per quel bambino che dormiva nella culla.

Paura, dolore e disperazione

per una mamma che di gioire non ha più ragione.

Silenzio, buio e vuoto

in un paese in cui un sorriso sembra remoto.

Un respiro affannoso e un battito potente

che si fa più forte per quell’uomo innocente.

Ora mi chiedo come queste emozioni

tu, soldato, puoi aver scatenato senza troppe attenzioni.

Rimorso, colpa e rimpianto

per un assassino che non ha mai pianto.

(Martina Magni, classe III A secondaria di primo grado)

 

Lettera a un amico sopravvissuto

Come stavi, quando con altre ventinove persone, tuoi parenti o amici, eri rinchiuso in una casa, la più vistosa di Fragheto sperando che qualcuno dall’alto apprezzasse tutta la fatica che facevi ogni giorno per sopravvivere e che facesse sparire agli occhi dei tedeschi quella grande casa ? Cosa pensavi quando gli incessanti spari e le esplosioni si avvicinavano sempre più al tuo nascondiglio, quando la puzza di bruciato provocata dalle case in fiamme diventava irrespirabile, quando le urla di uomini innocenti e i versi degli animali che vi nutrivano hanno preso il posto dei canti degli uccelli d’inizio primavera? Ma soprattutto cosa hai provato quando hai capito di essere sopravvissuto ai mitra dei tedeschi per miracolo, ma contemporaneamente sono morte trenta persone, tra cui tuoi parenti o amici? Cosa ti ha trattenuto dallo scappare per fare più male che potevi ai tedeschi come loro avevano fatto a voi? Cosa ti ha dato la voglia di ricominciare tutto, senza una casa, un animale, un orto? Cosa ti ha dato la voglia di sperare in un mondo migliore senza più orrori simili? Raccontami amico, ora che tutti siam qui perché questo non accada più.

(Michele Farneti, classe III A secondaria di primo grado)

L’esitazione del male

Gli ho puntato la pistola contro

e quel bambino mi guardava

con degli occhi sofferenti

che gridavano pietà

e io non potevo premere quel grilletto,

perché chi ero io per decidere il destino di un’altra persona!

La mano mi tremava,

e intanto sentivo gli spari alle mie spalle

e i paesani che urlavano

per scappare dalle fauci della morte.

Il cuore mi batteva a mille

e il bambino mi fissava,

il tempo passava

e i miei compagni si avvicinavano.

Dovevo sparare ma non ci riuscivo,

guardavo nei suoi occhi grandi

ma  le lacrime scendevano,

non ci riuscivo era più forte di me.

Aspettava e aspettavo non so cosa

forse un miracolo o forse un aiuto.

Sulla canna della pistola si posò un fiocco di neve

era quello che attendevo.

Io ero come quel fiocco

una persona su sette miliardi.

Poi uno sparo

e un altro e un altro ancora:

caddi a terra

mentre guardavo il bambino

privo di vita e con gli occhi chiusi,

io ero caduto su un soffice letto di neve.

Mentre vivevo i miei ultimi attimi di vita

chiedevo perdono per tutte le atrocità che avevo compiuto:

se anche mi ero pentito

ormai era tardi e ti chiedo di perdonarmi giovane piccolo bambino.

(Jacopo Campolongo, classe III A secondaria di primo grado)

 

Angeli

Mi nascosi sotto il letto quando entrarono quegli uomini armati nella mia camera, chiusi gli occhi e mi ritrovai in un altro mondo. Questo è stato il mio destino.

Giuditta 2 anni, trucidata a Fragheto

(Rossi Alex, classe III C secondaria di primo grado)

 

Avevo ancora tanto da fare: correre nei prati, giocare, vivere ed esplorare il mondo. Ma un giorno qualcuno decise di porre fine alla mia vita. Avevo solo 40 giorni.

Paolo 40 giorni, trucidato a Fragheto

(Vicini Caterina, classe III C secondaria di primo grado)

 

Avevo solo 2 anni quando mi hanno strappato all'affetto dei miei genitori, tra spari ed urla disperati. E’ così che sono salito in cielo insieme ad altri angeli.

Mario 2 anni trucidato a Fragheto

(Alessandro Franciosi, classe III C secondaria di primo grado)

 

Ero solo un bambino quando degli uomini che mai avevo visto nella mia piccola vita, mi strapparono dalle braccia di mia madre. Non so perché lo fecero, l’unica cosa che so è che l’hanno fatto.

Bernardo 4 anni, trucidato a Fragheto

(Alessandro Rossi, classe III C secondaria di primo grado)

 

Non ho avuto il tempo di conoscere le emozioni, l’amicizia, la gioia di vivere e di costruirmi dei ricordi perché quel giorno si è compiuta una brutta storia, la mia!

Giuseppina 2 anni, trucidata a Fragheto

(Lidoni Chiara, classe III C secondaria di primo grado)

 

Un indice puntato di solito, viene usato per indicare il sole, il mare, le bellezze della natura, ma quel giorno il soldato tedesco puntandolo verso di me, indicò che la mia vita, proprio la mia, sarebbe finita.

Terzo 4 anni trucidato a Fragheto

(Marani Mattia, classe III C secondaria di primo grado)

 

Pensavo fosse un gioco…

quando il soldato imbracciando un fucile entrò in casa

Pensavo fosse un gioco…

quando vidi i miei genitori distesi a terra.

Pensavo fosse un gioco…

quando sentii un rumore sordo

Poi sentii un dolore lancinante trafiggermi il petto. Non fu un gioco.

Maria 7 anni, trucidata a Fragheto

(Samuele Bartolini, classe III C secondaria di primo grado)

 

In cammino per la pace

Il 7 aprile 1944 a Fragheto si è consumata una tragedia terribile nella quale trovarono la morte ben 30 persone, tutti civili disarmati ed indifesi. La furia crudele dei nazifascisti non risparmiò nessuno, né donne, né vecchi e neppure bambini: incendiarono l’intero paese di Fragheto, lasciando i superstiti senza casa, senza famiglie e con una ferita impossibile da rimarginare. Il comune di Casteldelci per tali fatti ha ottenuto una medaglia d’argento al valor civile e ogni anno autorità civili e religiose, forze dell’ordine, associazioni e scuole si incontrano a Fragheto per ricordare le vittime della strage e per ribadire l’importanza per la nostra vita e per la nostra società dei valori fondamentali della democrazia, della giustizia, della pace, della fratellanza e della solidarietà. Si tratta di una giornata significativa e ricca di contenuti: una circostanza per coltivare la memoria delle radici, della storia e dell’immenso valore dei diritti umani e civili. Una giornata di emozioni e commozione perché ci dimostra che il pericolo della violenza e della guerra può piombare su ognuno di noi come è piombato sugli ignari abitanti di Fragheto, sorpresi nelle loro attività quotidiane da una inimmaginabile aggressione. Questo ci fa riflettere sull’importanza della pace e sul fatto che i valori sono una conquista da difendere giorno per giorno e da non dare mai per scontati: è questo l’obiettivo del lavoro che tutti gli anni l’Istituto Comprensivo P.O. Olivieri di Pennabilli porta avanti con le classi quinte delle scuole primarie e le classi terze delle scuole secondarie di primo grado. L’attività di studio e ricerca ha inizio con la commemorazione della Shoah (27 gennaio) e prosegue con l’approfondimento della conoscenza dei fatti storici inerenti la Linea Gotica, per preparare la commemorazione della strage nazifascista di Fragheto. L’educazione alla pace e alla tolleranza è fondamentale per i nostri alunni: conoscere il passato è indispensabile per rifiutare la violenza, rispettare la dignità dell’uomo, ripudiare la guerra. Qual è la strada per percorre questo cammino di pace? La giusta direzione sono i ragazzi stessi ad indicarcela: mettersi nei panni dell’altro, cercare di capire cosa possa significare subire tanta violenza ma anche come sia possibile che persone come noi abbiano dimenticato il significato di essere umani. Dipingendo bandiere con messaggi di pace e scrivendo propri pensieri e poesie gli alunni lasciano il loro segno e costruiscono già da ora un futuro senza violenza. Come scrive Annalisa (Classe IIIA): “Oggi noi ricordiamo chi ha subito la violenza, chi è morto per essere libero, chi ha combattuto fino al suo ultimo istante, chi ora giace sotto terra per essersi imposto ad un dominio ingiusto, chi innocente ha subito un destino che non si meritava. E’ per questo che è necessario ricordare che dove domina il male ci sarà solo dolore e che bisogna quindi imparare ad apprezzare e aiutare, perché la pace è un cammino da percorrere insieme, con impresso nella mente il ricordo di chi è caduto cercandola”.

Referente progetto “Educazione alla memoria” IC di Pennabilli

Martina Brizzi

 

Poesie di Tonino Guerra

 

 

 

Il racconto giallo di Casteldelci

 

IL CASTAGNACCIO SI MANGIA FREDDO

IL CASTAGNACCIO NON SI MANGIA FREDDO

di Sara Magnoli

 

Anche Dante stava piangendo quando l’avevano ritrovato. Margherita Marconi invece non avrebbe speso una lacrima per quel bastardo, anche se ci aveva trascorso insieme la serata precedente. Non lo voleva, ma se l’era trovato praticamente sulla porta di casa.

E adesso pensava che non era giusto che anche il tempo atmosferico si fosse alleato come quasi la natura stessa soffrisse perché quel porco era morto.

La Ripa del Lamento era lì, bella visibile come sempre a lasciar intuire nella forma un profilo che non era stato difficile, complici i racconti che si perdevano quasi in leggende del passato, far assomigliare a quello del poeta, sulla cima. Che, quando pioveva, sembrava piangere.

A Manfredo Grizzani qualcuno aveva piazzato un ferro sulla parte sinistra del collo. E non era un ferro qualsiasi. Era uno stiletto in ferro, che fino a pochi giorni prima se ne stava tranquillamente custodito nella Casa Museo di Casteldelci. Assieme a testimonianze archeologiche di quel territorio della Valmarecchia che abbracciavano dalla preistoria all’età del ferro. E che era sparito in buona compagnia, con anfore, monete romane, incensieri, olle e bacili, lucerne e vasi. Di tutto di più. I ladri avevano violato quelle sale che custodivano una parte di memoria, proprio a un passo dal palazzo del municipio e dalla chiesa parrocchiale medievale sopra la quale, salendo per una scala di pietra, si arrivava alla terrazza che dominava il borgo.

Margherita Marconi poche ore prima su quella terrazza ci era stata con Manfredo Grizzani. E adesso lui era morto con conficcato nel collo il corpo di un reato. Avrebbe dovuto dirlo, ai carabinieri, che la sera prima loro due si erano visti. A Casteldelci, cinquecento abitanti a dire tanto, non è che due persone che litigano di sera su una terrazza all’aperto accanto alla chiesa passano inosservate. Tanto più se una di queste due viene trovata morta il giorno dopo, abbandonata vicino al Ponte Vecchio medievale sopra il Senatello che scorreva come se niente fosse accaduto. Al ponte che per secoli fu l’unico esistente fino a Rimini e che ancora conservava forme e impianto medievali nonostante le diverse ricostruzioni sino alla fine del 1700, Manfredo Grizzani ci era arrivato con la sua auto, trovata parcheggiata aperta e con ancora le chiavi infilate nel cruscotto e il motore acceso quella mattina all’alba. Eppure i carabinieri, da quello che si era riusciti a sentire, ipotizzavano che non fosse stato fatto fuori lì. Troppo poco sangue per uno che si becca uno stiletto di ferro nel collo. Ma anche sull’auto, di sangue, non avevano ne trovato.

Una messa in scena, senza dubbio.

Ma anche una bella matassa ingarbugliata, venne da pensare a Margherita, che di matasse se ne intendeva. Perché le tingeva. Con materiali vegetali: le piante. Non c’era luogo dove si recasse dal quale non si portava a casa qualche erba, foglia, fiore che poi utilizzava per verificare che colori la lana, o anche una stoffa, potesse prendere. A Casteldelci c’erano aceri, per esempio. Raccolte in autunno, le foglie cadute, e cotte danno un bel rosso intenso. E i castagneti, pronti a donare il bruno. Ma anche il verde, dipende se venivano usate la corteccia o le foglie.

Ecco perché l’avvicinarsi del freddo non aveva fermato Margherita, che aveva aperto le finestre della vecchia casa disabitata e gelida nascosta nel borgo che le aveva lasciato una bisnonna o forse una trisavola e alla quale tornava solo lei. I suoi genitori, marchigiani “doc”, a Casteldelci non ci volevano più andare da quando con un referendum la maggioranza degli abitanti aveva deciso di staccarsi dalle Marche per aggregarsi all’Emilia Romagna. Decisioni loro. A Margherita Casteldelci piaceva. Anche se, a essere sincera, non ci tornava ormai da qualche anno. E la casa di questo abbandono portava segni ben evidenti.

La prima tappa che aveva accompagnato il suo ritorno, questa volta, era stata il bar di Giulia, davanti al quale in primavera il rosmarino metteva i fiori, e dove trovava tisane tra le più impensate, tutte sapientemente dosate: fragole e champagne, rose e fico, limone e zenzero, note di cioccolato, tè rosso al latte e caramello e quel fuoco del camino a base di cannella che le metteva addosso un nonsoché.

Ma il giorno prima non era stato quel fuoco della tisana di Giulia a metterle addosso quel nonsoché, anche perché si stava gustando il mangiaebevi che in infusione senza filtro ci lasciava ananas, cocco, mela, carota, bacche di Goji, uvetta, scorza d’arancia che poi si gustavano belle macerate.

Il giorno prima a metterle addosso il nonsoché era stata la voce di Manfredo, che, quando si era girata con in bocca l’ultimo pezzetto di ananas da mangiare dopo aver bevuto, se ne stava lì, con la faccia a pochi centimetri dalla sua. «Dio del cielo, Margherita, ma quanto sei bella…».

E dato che lei e Manfredo non si vedevano da qualcosa come quindici anni e lei gli dava le spalle, la risposta a come avesse fatto a capire che era lei era solo una: l’aveva riconosciuta dal culo. E a lei dava un gran fastidio sapere che qualcuno le guardava il culo. Se quel qualcuno poi era Manfredo, il fastidio era anche più forte. E dunque il nonsoché non era certo quella sensazione di vino frizzantino che il fuoco del camino le dava più della tisana fragole champagne. No-no-no. Era una gran voglia di mollargli un ceffone su quella faccia da cretino e stortargli definitivamente quel sorriso altrettanto da idiota.

Che ci faceva lì? Sta’ un po’ a vedere che si ricordava della casa della bisnonna, trisavola o che altro fosse e che… no, non poteva arrivare a tanto quel verme bacato che a pensarci bene, Margherita doveva essere sincera con se stessa, era stata per lei una gran fortuna che quel sabato mattina di quindici anni prima non si fosse presentato alla messa e l’avesse lasciata ad aspettare sull’altare con il suo bel bouquet di viole, ginestre, rose selvatiche, papaveri, fiordalisi, e pure foglie d’edera che aveva fatto una gran fatica a trovare tutte insieme e che poi aveva iniziato a sperimentare per capire quale potesse essere usata per tingere meglio lana e stoffe. Forse era stato proprio da allora che dalle sue scorte non erano più mancate alcune piante, non erano più mancati alcuni fiori. Perché coloravano che era una meraviglia, il fiordaliso in blu, l’edera in grigio-verde, la camomilla in giallo… Vero, non c’erano fiori di camomilla nel suo bouquet. Ma quanta ne aveva trangugiata per lenire il pianto del suo stomaco quando Manfredo se l’era svignata con l’Inglesina…

Sì, con una Inglese l’aveva cornificata. Ecco perché era tutto così contento del corso di lingue a cui si era iscritto. Del resto, Manfredo non aveva mai nascosto la sua predilezione per le straniere. E poi Eveline era tanto bella, sembrava una fotomodella, le aveva detto quella che pensava essere sua amica e che era stata invitata al matrimonio a Londra, quel matrimonio a cui Manfredo si era invece presentato, e anche in anticipo.

Avrebbe potuto far finta di non riconoscerlo, perché no?, era pure invecchiato, e sì che sarebbe stato un bello schiaffo, non alla sua faccia cretina ma al suo ego che Margherita ricordava smisurato. Invece… invece qualcosa le aveva detto di rispondergli, magari anche sorridendo, perché aveva qualcosa da dirgli e glielo voleva dire in faccia e fuori da lì, mentre stavano da soli. Gliel’aveva urlato sullo spiazzo in alto, sullo spiazzo della torre campanaria settecentesca sopraelevata alla quale le ristrutturazioni non avevano tolto nulla del fascino nato sopra i resti dell’antica rocca. Gliel’aveva urlato dopo che lui le aveva ripetuto quanto era bella e che Eveline non era rimasta bella come lei avanzando con gli anni. Margherita gli aveva detto senza giri di parole che era un grandissimo stronzo. E gliel’aveva detto mentre sotto stava passando qualcuno.

Adesso Manfredo era lì morto vicino al Ponte Vecchio. Doveva essere lei a parlare ai carabinieri della loro litigata, altrimenti chissà che avrebbero pensato.

 

«Va bene, avete litigato, e poi che avete fatto?».

Il vicecommissario Marcello Filippi da Torriana, che i suoi colleghi da sempre chiamavano “Holmes” per la sua venerazione nei confronti del grande detective letterario, era da tempo amico di suo padre. Aveva anche cercato di dissuadere Margherita dal riaprire, anche se solo per cercare foglie e fiori, le finestre della casa di Casteldelci, perché al suo “vecchio” avrebbe dato un dispiacere. Ma lei non aveva seguito il consiglio. Di più: aveva deciso di invitare Marcello a pranzo. Proprio quel giorno, giorno di ferie per il vicecommissario, giorno del ritrovamento del cadavere di Manfredo Grizzani. Di Marcello Filippi si diceva solo un gran bene. Per Margherita era come uno zio.

«Non farmi parlare adesso, Marcello, che altrimenti mi viene male la sfoglia. E lo sai quanto è difficile da tirare per fare i bigoli». Le tipiche tagliatelle senza uova, che con noci e miele e pangrattato come condimento sono piatto tradizionale della vigilia di Natale a Casteldelci, al vicecommissario Marcello Filippi piacevano proprio tanto. «Ho perso tempo al Ponte Vecchio stamattina e sono proprio in ritardo con la cucina». Eppure il castagnaccio era già pronto e anche già mangiato in una bella fetta quando Filippi era arrivato, anche se un altro composto era già lì ad attendere di essere passato nella teglia con olio e rosmarino che Margherita aveva appena messo nel forno, e in ogni caso i cappellacci al formaggio con tartufo non mancavano mai. Ma erano i bigoli che piacevano a “zio” Marcello, e i bigoli avrebbe avuto.

«Margherita, ascoltami, la tua idea di parlare subito con i carabinieri era giustissima, non capisco perché tu non l’abbia ancora fatto».

«Perché dovevo cucinare».

«Ma per favore, non dire sciocchezze! Ci sono cose più importanti e questa è una di quelle».

«Ascolta – disse la donna senza smettere di concentrarsi sulla stesura della sfoglia -, io non ho fatto niente di male. Ho pensato che andare dai carabinieri a raccontare della discussione avuta con Manfredo era un po’ come volermi creare un alibi senza che mi si accusi di niente».

«Puoi avere ragione, ma pensaci: era il tuo promesso sposo che ti ha abbandonata, ha sposato un’altra, ha fatto perdere le sue tracce e te lo ritrovi qui, proprio qui, a Casteldelci, dove lui non ha nulla, litigate e lo trovano morto il giorno dopo. Ammetterai che la cosa desta qualche domanda, insinua qualche dubbio».

Certo che avere in pochi giorni il furto alla Casa Museo e un morto in un borgo di cinquecento anime che viveva di attività agricole, allevamento e camminate per sentieri che erano una meraviglia era un evento piuttosto curioso. Anzi, erano due eventi. E più che curiosi erano preoccupanti.

«Lo sai che dice quel gran camminatore del sindaco, che è uno che pensa sempre positivo? Dice che il bene alla fine vince sempre».

Filippi la guardò. «E che c’entra?».

«Non lo so, ma mi è sembrata la frase più adatta in questo momento».

E Margherita proseguì a stendere la sfoglia, e sembrava compiere quei movimenti sulle note di una musica che sentiva solo lei. Come se stesse ricordando: racconto di tempi passati, dell’indomani di una strage che il 7 aprile 1944, era il Venerdì Santo, nel borgo di Fragheto aveva visto morire per mano dei nazisti trenta persone, vecchi, donne e bambini, ricordati oggi in un Sacrario e su una lapide. Racconto di un ragazzo, sopravvissuto solo perché era nei campi. Si chiamava Candido Gabrielli e fu lui, con la sua fisarmonica, a riempire la rinascita del borgo con la musica, mentre nel giorno di Pasqua le donne facevano le tagliatelle e la gente tornava a incontrarsi. Con il dolore nell’anima. Con la voglia di continuare a vivere nel cuore.

Nella mente di Margherita lei era come quelle donne, le tagliatelle loro, i bigoli lei, dopo la paura, dopo l’angoscia. Le aveva fatto male rivedere Manfredo e sentire le sue parole, leggere nei suoi occhi, come se nulla fosse stato. Doveva andare avanti.

«Sai a che sto pensando, Marcello? Ai nomi dei passi che ci sono attorno a Casteldelci. A come questo luogo sia circondato da leggende sinistre. Il passo del Trabocchetto, il passo dei Contrabbandieri, il passo della Banditella, il passo dei Ladri, quello dove la leggenda dice che ci fu l’agguato alla ricca contessa che veniva in carrozza da Roma e che fu depredata di oro e preziosi. Con queste premesse, qualcosa di brutto sembra quasi scritto nel destino».

Il vicecommissario Filippi ebbe un brivido lungo la schiena, lui che non era certo il tipo di impressionarsi facilmente. O che, almeno, non si era ancora trovato in situazioni da impressionarsi facilmente, anche se nella vita non si può mai dire mai.

Quando il suo amico Ranieri Marconi ancora non aveva deciso di non mettere più piede in Valmarecchia era accaduto che loro due girassero per il borgo o se ne stessero poco lontani da quella casa che ora risentiva degli anni di abbandono e parlassero di tutto e di più. Ranieri gli aveva raccontato tante di quelle leggende dalle quali avrebbero poi preso il nome fonti, passi, laghi. Furono quei ricordi, assieme a quelli citati da Margherita, e a quanto era accaduto in quei giorni che lo fecero rabbrividire. La fonte della Febbre, che alternava la credenza che si fosse chiamata così perché nata dalle lacrime di un febbricitante Uguccione della Faggiola redento da un monaco a quella meno consolatoria di un febbrone da cavallo che colpì Dante Alighieri dopo che si fu abbeverato lì. Il lago del Serpente, che si diceva dovesse il suo nome a un enorme rettile che lo abitava in passato.

Era un peccato che Ranieri non volesse più andare a Casteldelci: con un nome così, quei posti sembravano scritti su misura per lui. Anche i principati monegaschi gli sarebbero stati a pennello. Ma questa è tutta un’altra storia.

A far riprendere colore alle guance di Filippi furono altri pensieri, furono le bellezze di quel luogo che sembrava uscito da una fiaba medievale, la marcia della pace del 25 aprile. I sapori di quella cucina dalla quale Margherita sembrava aver appreso così bene, nonostante ci mancasse da anni, nonostante non fosse mai stata quella la sua casa.

Allungò la mano verso il castagnaccio già mangiato per metà. La mano di Margherita colpì la sua con una violenza che non si sarebbe mai aspettato.

«Ma che ti prende? Volevo solo assaggiare, mi è venuta una gran fame a vederti cucinare».

«Non è venuto bene, quel castagnaccio lì. Ne ho già pronto un altro da infornare».

«Ma non importa, ne prendo solo un pezzettino. E poi il castagnaccio mi piace freddo, lo sai. Se ne inforni uno adesso non raffredderà per tempo come voglio io».

«Ti ho detto che questo è venuto male – Margherita tolse rapida il piatto con la torta di farina di castagne dal ripiano del fornello -. Non voglio che il mio “zietto” preferito abbia un brutto ricordo della mia cucina. Oggi il castagnaccio lo assaggerai tiepido, che pure quello è una bontà. Abituati a sperimentare».

«Devi parlare con i carabinieri, Margherita».

«E sai che facciamo dopo pranzo? Una bella passeggiata per questi sentieri, magari ci facciamo quello di Dante, che ne dici?».

«Dico che non è stagione. E dico che devi assolutamente parlare con i carabinieri».

«Infin che ‘l veltro verrà, che la farà morir con doglia. Questi non ciberà terra né peltro, ma sapeinza, amore e virtude e sua nazion sarà tra feltro e feltro».

Filippi guardò Margherita come se avesse visto un marziano: «Ma che stai farneticando adesso?».

«Si dice che in questo verso dell’Inferno Dante si riferisse a Uguccione della Faggiola, che, secondo alcuni, avrebbe ospitato il poeta nel suo castello, di cui oggi puoi vedere, sul monte che porta il nome della Casata, solo i resti, coperti da querce e ornelli. Affascinante, non trovi?».

Filippi trovava solo che Margherita doveva essere andata un po’ fuori di cervello se si metteva a declamare la Divina Commedia in un momento come quello.

«So che pensi, Marcello. Ma io ti invito a godere delle bellezze che ci circondano qui. Al resto penseremo poi, a pancia piena. Si ragiona meglio quando non si è digiuni. Un po’ di radio? La tv non ce l’ho, qui».

Margherita fece partire quella buffa radiolina che teneva poggiata sulla credenza. E la musica presto venne interrotta dal radiogiornale. Che apriva proprio con l’omicidio di Manfredo. Un caso brutale che sembrava essere già risolto.

«I carabinieri avrebbero arrestato un uomo non del posto ma che sarebbe stato nella zona e anche a Casteldelci in questi giorni. Il fermato avrebbe dichiarato di essere un semplice ricercatore appassionato di archeologia e che starebbe scrivendo un libro proprio sulla Valmarecchia. Ma nel bagagliaio della sua auto sarebbero stati trovati parecchi oggetti risultati rubati dalla Casa Museo di Casteldelci, tranne lo stiletto che era invece conficcato nel collo della vittima e alcuni frammenti di ceramica con vernice nera. Nel baule è stata trovata anche una sostanza che potrebbe essere un tipo di topicida. L’uomo, di cui non sono state al momento rese note le generalità, si proclamerebbe innocente, ma non ha saputo spiegare come mai i reperti fossero nella sua vettura. Ai carabinieri è apparso in stato confusionale, ma a incastrarlo ci sarebbe una telefonata partita dal suo cellulare nella giornata dell’altro ieri verso il telefono della vittima. A quanto è dato a sapere Manfredo Grizzani, che era tornato a vivere in Italia con la moglie inglese dopo anni trascorsi a Londra, stava attraversando un periodo particolarmente difficile dal punto di vista economico e gli inquirenti non escludono che abbia messo a segno il colpo di reperti archeologici proprio per questo motivo e aver poi avuto discussioni con il complice su come spartirsi il bottino. Questo potrebbe essere alla base di un litigio sfociato poi nell’omicidio. Qualcuno avrebbe anche sentito persone litigare accanto alla chiesa di san Nicolò proprio la sera prima del ritrovamento del cadavere e non si esclude potessero essere la vittima e il presunto assassino. Nessuno ha però saputo fornire particolari sull’aspetto dei litiganti. Le indagini proseguono comunque a ritmo serrato e solo l’autopsia potrà chiarire come e dove è stato realmente ucciso Grizzani. Restano infatti dubbi sull’esatta dinamica dell’omicidio e non si può escludere l’avvelenamento».

Silenzio.

Margherita ebbe un sussulto. «Il castagnaccio da infornare!». Tolse la teglia messa a scaldare, ci versò il composto e rimise il tutto nel forno. «Hai visto? – proseguì poi -. Hanno già risolto tutto. Meglio così. E dopo pranzo una bella tisana. Ma qui da me, miscele per bevande ne ho in abbondanza, anche se sono molto semplici. Voglio godermi una bella giornata con il mio zietto».

 

Era già buio quando il vicecommissario Filippi salutò Margherita, prese l’auto e si mise in marcia sulla via di casa. Ma non ci andò diretto. Si fermò al Ponte Vecchio. Non sapeva spiegarsi perché, ma preferì parcheggiare lontano dallo sterrato che portava dove era stato trovato il cadavere di Manfredo. Di più: l’auto, la sua auto, la nascose un pochino. Poi scese, fino a quando sentì il Senatello scorrergli sotto i piedi. Si sedette poco distante dal cartello che annunciava le bellezze storiche del borgo, all’inizio del ponte. Nessuno poteva vederlo, se non una gatta pezzata che lo guardava sospettosa senza avvicinarsi e che scappò via non appena sentì il rumore di un’auto avvicinarsi.

Filippi si fece più piccolo nel buio che lo nascondeva.

Margherita spense il motore e uscì dalla sua vettura. Si avvicinò al ponte, ne percorse metà, guardandosi in giro. Era lì che l’avevano trovato, Manfredo. Manfredo per il quale si era preparata in abito bianco con un bouquet di viole, ginestre, rose selvatiche, papaveri, fiordalisi, e pure foglie d’edera che aveva fatto una gran fatica a trovare tutte insieme. Manfredo che l’aveva lasciata sull’altare ad attenderlo mentre lui era già sull’aereo per raggiungere Eveline a Londra e sposarsela. Manfredo che «Dio del cielo, Margherita, ma quanto sei bella» guardandole il culo. Manfredo e lei, come guelfi e ghibellini, come Dante e Uguccione, quindici anni di domande senza risposte.

Quando tre giorni prima era entrata a vedere quello che non c’era l’ultima volta che era stata a Casteldelci, la Casa Museo, Margherita aveva provato una fitta al cuore. Nel vedere la foto degli antichi proprietari, Antonio, Giuditta ed Eva. Nel vedere la sala con il camino, e il forno per cuocere il pane, e i reperti nelle bacheche allestite nelle due sale accanto erano passati in secondo piano. Aveva sentito il profumo di famiglia. Quella che lei non aveva avuto. In cuor suo sapeva che la colpa era stata di Manfredo, era stata colpa sua se non era più riuscita a fidarsi di un uomo. Neppure di quello che tanto gentile stava visitando la Casa Museo mentre era lì anche lei, che le aveva ceduto il passo su quei gradini troppo alti, le aveva dato il braccio per aiutarla a salire e poi a scendere, l’aveva invitata a cena, «ma non qui a Casteldelci – l’aveva supplicato lei -, che poi la gente parla e non mi va», e a lui era piaciuta quell’ingenuità, quella ritrosia, e poi, perché no?, ma sì, «venga pure da me, Stelio, ma sa che il suo nome è davvero particolare?» - «eh, Margherita, mio padre era un appassionato di D’Annunzio e ha voluto darmi il nome del protagonista del “Fuoco”, ma sa quanto ci ho sofferto da bambino?», rispondeva lui con quella vocetta un po’ stridula che lo rendeva buffo, sembrava quasi una voce di donna e chissà, si chiedeva Margherita, se anche quella, oltre al nome, l’aveva mai messo in imbarazzo - «posso capirla, ma è un nome così bello, dai, l’aspetto da me nel pomeriggio e le offro una tisana con le miscele che faccio da me, che ho tante erbe buone da bere e buone per tingere i tessuti». E lì, davanti alla tazza fumante, avevano parlato del furto del giorno prima alla Casa Museo, ma pensa un po’, proprio poche ore dopo la loro visita, e lui ci stava male a pensare a chi trafugava oggetti d’arte, lui che era un ricercatore, un appassionato di archeologia che stava scrivendo un libro sulla Valmarecchia. Lui che adesso era accusato non solo di essere autore di quel furto. Ma anche di omicidio.

Non era stato difficile chiedergli, mentre erano fuori a cena la sera prima, di prestarle il cellulare perché il suo era scarico e con quello comporre il numero che la tizia che pensava sua amica e che invece era andata al matrimonio a Londra, le aveva fornito pensando di farle un dispetto.

Non era stato difficile, nella tazza fumante della tisana, sciogliergli quel qualcosa che lo aveva come ubriacato, come drogato, e nascondergli nell’auto che teneva aperta, tanto che vuoi che accada in questo borgo di pace, i reperti rubati nella Casa Museo, complice un antifurto fuori uso di cui aveva sentito parlare mentre era in visita.

Peccato per quella ciotola di ceramica con vernice nera che si era rotta.

Manfredo si era dedicato all’alcool, in quegli anni, oltre che a dilapidare il proprio patrimonio. Il suo fegato già maciullato non aveva retto a quel miscuglio velenoso fatto di piante e anche di un pizzico di topicida, che in questi casi funziona sempre, servito nella tisana, ma anche sciolto al posto del latte nel castagnaccio che accidenti doveva far sparire e c’era mancato poco che “zio” Marcello se lo mangiasse anche lui.

Margherita sapeva bene come fare. Per Stelio certo che un po’ le dispiaceva. Ma era sicura che un buon avvocato sarebbe facilmente riuscito a tirarlo fuori dai guai. Magari gli avrebbe fatto avere lei un po’ di soldi, appena arrivata alle Cayman. Sarebbe partita il giorno dopo.

Mancava solo un particolare. Margherita cacciò una mano in tasca.

Marcello Filippi, nascosto nel buio, non poteva sapere i pensieri che le erano corsi nella mente mentre si sporgeva dal Ponte Vecchio. Vide solo quella mano che frugava nel soprabito pesante.

Margherita estrasse la mano dalla tasca, la aprì, allungò il braccio e lasciò cadere nelle acque del Senatello un coccio di ceramica con vernice nera. Poi si girò.

Davanti a lei c’era lui. Lo “zio” Marcello Filippi. Il vicecommissario Marcello Filippi.

«Margherita… ma che hai fatto?».

Lei lo guardò. Gli sorrise. E allungo verso di lui le braccia, porgendogli i polsi.

 

L’autrice ringrazia il sindaco di Casteldelci Luigi Cappella per averle fatto da cicerone e averle raccontato tante particolarità sul borgo, dedicandole un intero pomeriggio e fornendo molto materiale di documentazione. Un ringraziamento anche a Giulia che con una eccezionale tisana ha riscaldato una mattinata molto fredda, ma piena di scoperte di bellezze di un luogo dove si lascia un po’ di cuore.

 

POTESI DI QUARTA DI COPERTINA

 

Il Cammino Candido - Una Favola nel Futuro

Luigi Cappella ha ideato, realizzato e “annodato” il Cammino Candido, su sentieri già tracciati, nel Montefeltro Romagnolo, con partenza e arrivo a Sant’Agata Feltria.

Un cammino “laico, naturalistico e storico-culturale” di 118 km che Luigi ha percorso in sette tappe giornaliere, in armonia con l’ambiente e gli esseri che ha incontrato, godendo di paesaggi appenninici selvaggi, panorami spettacolari e ambienti magici, visitando anche luoghi di tragedie che hanno funestato queste montagne e valli. Un cammino anche “spirituale” che gli ha donato “un sorprendente stato di grazia, di beatitudine e di salute” che lo ha spinto a donare ad altri questa possibilità mettendo a loro disposizione una guida per orientarsi nei sentieri di questi luoghi.

Luigi invita tutti alla VIAN-DANZA sul Cammino Candido, alla danza con tutti gli abitanti della montagna, piante, animali, persone e loro costruzioni, per divertirsi, emozionarsi e anche per non dimenticare il passato, per contribuire a far sì che guerre e violenze non si ripetano in futuro e per guardare avanti con fiducia, sulle note della fisarmonica di Candido Gabrielli, ”sopravvissuto all’eccidio di Fragheto e protagonista della rinascita con la sua fisarmonica e la sua dedizione al lavoro e alla famiglia”.

Le belle idee, condivise, possono crescere ed è quel che è successo a questo progetto. Altri si muoveranno con Luigi per far “aprire” il cammino anche a non esperti, ottenendo finanziamenti per la sua realizzazione.

Una favola nel futuro” è il titolo della guida al Cammino Candido già in allestimento. Fino ad’ora i cammini di montagna erano e sono stati percorsi soprattutto da amanti della sfida delle alte cime, dei sentieri difficili, in solitudine, nel silenzio, per godere delle emozioni date dalla relazione esclusiva con la natura, il bosco, gli altri animali. Mentre altri, timorosi delle difficoltà da affrontare, si sono sentiti esclusi e, così, hanno ignorato questi luoghi.. come fece la volpe con l’uva, nella famosa favola di Esopo. E se Luigi, con il supporto anche finanziario di altri che hanno creduto nella sua idea accrescendola, otterrà di rendere accessibili queste montagne anche a loro sarà proprio “una favola nel futuro”!

Anche noi dell’Associazione D’là de’ Foss – “nati” nel 2011 da un’altra idea di Luigi Cappella, ora nostro Presidente Onorario – raccogliamo il suo invito e promuoveremo camminate anche lungo il Cammino Candido, di cui già conosciamo molti luoghi. E lo faremo proprio perché fra i nostri obiettivi abbiamo quello di conoscere e prenderci cura del paesaggio e di chi lo abita, della sua storia e del suo futuro, nel contempo godendo delle sue bellezze e dei suoi frutti.

Ci ha davvero allietati la notizia che questo è un cammino speciale anche per altre ragioni. E’ un cammino aperto non solo ai camminatori esperti. Vuole far conoscere la montagna, i suoi misteri e le sue favole anche ai bambini, anziani, disabili e persone che camminano poco. Vuole donare loro salute ed emozioni. E per far questo il Cammino verrà dotato di strumenti e percorsi per tutte le esigenze.

Anche noi ci impegneremo a camminare con chi vorrà imparare a conoscere ed amare anche la montagna indipendentemente dalle loro abilità, e, forse, rallentando il passo per aspettarli .. il vento del Monte Loggio porterà ad entrambi le note della fisarmonica di Candido Gabrielli accarezzandoci con il ricordo di chi non c’è più.

 

Associazione D’la’ De’ Foss

Febbraio 2017

I mulini

Il costituendo CAMMINO CANDIDO, oltre alla fruibilità da parte di tutti ed alla perfetta e continuativa custodia-manutenzione-vigilanza, garantibile solo da volontari appassionati ed aziende del territorio interessate per motivi legati slle loro attività, estendendosi in un territorio circoscritto ed ancora abbastanza uniformemente popolato, dovrà essere in grado di proporre in modo continuativo e creativo un susseguirsi di eventi-attività legati/e ad una serie diversificate di interessi passioni ed esperienze/attività ludico-sportive a piedi in bici  a cavallo con asini, balancers ecc ecc ecc. ..culinarie musicali teatrali storiche e culturali, laboratori didattici legati ai territori, museali ed archivistiche/proposte innovative x la salute/manifestazioni artistiche ed artigianato manuale locale/letteratura e poesia in contesti naturali accessibili ma di alta suggestione... lo avrete capito mi sto organizzando il lavoro per quando non sarò più sindaco. ..

 

Raccontare la storia, le storie delle decine di MULINI, che ho ascoltato da uomini e donne incontrati lungo il cammino, c'è tanto da imparare, non solo in termini storici ma soprattutto in termini di preziosi insegnamenti per un cambio sempre più attuale, delle abitudini alimentari delle persone di oggi e del futuro.

Sui prati del Monte Loggio, sui crinali del Monte Faggiola e del Monte Canale capita spesso di imbattersi in cumuli di pietre annerite, tanto ben accatastate, da sembrare dei resti di piccoli rifugi. Invece no. Sono le MACEE. Derivanti dalla ripulitura dai sassi,di piccoli appezzamenti di terreno assai scomodo da coltivare, che i proprietari più "ricchi" donavano ad abitanti privi di ogni proprietà di terra, per seminarvi un po di grano o orzo o avena, per ben nutrire persone ed animali durante i lunghi inverni.

Primo INSEGNAMENTO oggi sostenuto dai nutrizionisti più liberi. Per star bene, Pane e Pasta tutti i giorni!

E veniamo ai Mulini con Macine di Pietra, alimentati da energia idrica. Da notare che se ne incontrano sempre due. Uno a Monte per le farine destinate all' "uomo" ed uno a valle per le farine (le biade) destinate agli animali. Dal mulino si tornava a casa (con asini o muli o mucche con biroccio) senza buttar via nulla. La crusca veniva usata!!!

Ci sono voluti decenni in cui sono aumentate in modo preoccupante non solo la malattia celiaca e le malattie intestinali, ma anche l'obesità e soprattutto le malattie cardiovascolari, per capire finalmente, quanto giovamento può trarne la salute dell'uomo, dalla macinazione a pietra e dall'uso di farine integrali. Ma la meraviglia delle meraviglie è che si incontra lungo il Cammino Candido, un mulino tutt'ora funzionante che raccoglie, macina a pietra e vende farine (Mulino RONCI di Ponte Messa) ed altri piccoli mulini costruiti da artigiani locali, con le stesse caratteristiche e che hanno avuto la meritata notorietà, esponendo ALL'EXPO di Milano. Infatti lungo il cammino, la possibilità di degustare pane cotti in riattivati forni e paste di cereali integrali coltivati in loco non e' una eccezione! Quindi secondo INSEGNAMENTO! Non tutto del passato va "buttato" se vogliamo costruire un futuro migliore. Anzi visitare mulini e forni, alcuni dismessi, altri attivi. Mangiare cibi integrali ed ascoltare da testimoni ancora "arzilli", vecchi e nuove storie, aiuterà tutti a ritrovare quel rapporto di reciproco amore fra UOMO E NATURA quanto mai necessario. Le contraddizioni fanno parte di ciascuno di noi. Sono ovunque. Eccone una... Nel Cammino "Candido".... Pane e Pasta...."Neri".

Luigi Cappella
 

Storie, Sentieri, Cammini: Un Canto Di Gratitudine

Ormai non sono più un forestiero tra la gente di questi monti. Vengo dalla pianura estrema, anzi dalle terre del Delta: d’inverno uggiose, d’estate torride. Uno scrittore del V secolo, Sidonio Apollinare, riferendosi alle mie terre scriveva: «In questa palude le leggi della natura sono eternamente stravolte: i muri cadono e le acque stanno immote; le torri navigano e le navi sono ferme; i bagni sono gelidi e le abitazioni scottano; i vivi sono assetati e i morti nuotano».

Il Montefeltro è tutt’altra cosa. Il territorio ha un aspetto che non finisce di sorprendere: aspro nell’Alta Val Marecchia, più dolce a fondo valle, soave al di là della Carpegna. In primavera i prati si trapuntano di narcisi, di viole e di primule. In estate si respirano volumi di verde attraversando sentieri arditi. D’inverno i monti e le colline non temono di esibire la loro calvizie. Ma quando viene la neve tutto si trasfigura e una candida magia ti fa tornare bambino.

Non sono più forestiero, sono ormai alla mia quarta primavera feretrana e ancora mi incanto: vivo le stagioni, prendo confidenza con creature mai viste: cinghiali impertinenti, agili scoiattoli, volpi e lepri rapidissime, timidi caprioli, tassi e altri curiosissimi animali.

Di fronte a tanti tesori di bellezza e di vita abbiamo una duplice responsabilità. La prima, non perdere la chiave di questo scrigno; se questo accadesse non potremmo più godere dei suoi tesori. Le nostre terre, sempre più disabitate, rischiano l’oblio e i sentieri di smarrirsi nel bosco. Ben venga allora chi rinnova percorsi, chi chiama all’avventura ed apre cammini. È una questione di bellezza e di vita prima ancora che di valorizzazione turistica del territorio, più un’iniziativa antropologica che di interesse economico.

La seconda responsabilità è quella di suscitare un movimento di “ritorno” alla natura, non per un vago e romantico ecologismo, ma per reimparare ad abitare la casa comune, ritrovare le radici, ripercorrere la via che porta a Dio ed intonare un cantico: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba... ».

Saluto con gratitudine la pubblicazione di questa guida, così ricca di suggerimenti, descrizioni e suggestioni. Io mi prenoto per qualcuna delle tappe segnalate, vorrei che ogni lettore si facesse il regalo di una camminata.

 

+ Andrea Turazzi

Vescovo di San Marino-Montefeltro

 

INDICE

 

Cammino Candido – Parte prima: Il percorso

 

Presentazione

Caratteristiche generali

PRIMA TAPPA: SANTAGATA FELTRIA – FRAGHETO.

SECONDA TAPPA: FRAGHETO – CASTELDELCI (e Sentiero Dante)

TERZA TAPPA: CASTELDELCI – SENATELLO

QUARTA TAPPA: SENATELLO – GATTARA.

QUINTA TAPPA: GATTARA – CASTELLO DI BASCIO.

SESTA TAPPA: CASTELLO DI BASCIO – PENNABILLI.

SETTIMA TAPPA: PENNABILLI – SANTAGATA FELTRIA.

Sintesi tecnica

 

Cammino Candido – Parte seconda: Gli inserti

 

Inserti T1

  • Castello di Scavolo

  • 1944: anno di orrore. Il contesto storico (rendere distinguibili gli episodi di guerra con uno stesso colore del carattere o del fondo)

  • Fragheto

  • Tavolicci

 

Inserti T2

  • Uguccione della Faggiola

  • Calanco di sotto

  • Il Ponte “Otto martiri”

 

Inserti T3

  • Lamone, Bigotta e Montagna

  • I fratelli Bimbi

  • Gualchiere e guado

 

Inserti T4

  • Poesia: È vent de' mont' logg

  • Gattara

 

Inserti T5

  • Testimonianza

  • Massi erranti

 

Inserti T6

  • Pennabilli

  • Dalla prospettiva dei piedi. Suor Anna Chiara Sanulli, Monache Agostiniane della Rupe di Pennabilli

 

Inserti T7

  • Un albero di trenta piani

 

Inserti finali di ospitalità e Pro loco

  • Locanda di Federico, Senatello

  • L'Agriturismo "Il Capanno"

  • Agriturismo "La torre", Bascio

  • Camping Marecchia, Ponte Messa

  • Mulino Ronci

  • Sant’Agata Feltria

  • Casteldelci

  • Badia Tedalda

  • Pennabilli

  • Verghereto

 

Ipotesi di altri inserti

  • Camminare in inverno (Luigi Nacci)

  • Arcobaleno candido (Simone Cola)

  • Cedi la strada agli alberi (Franco Arminio)

  • La tramontana. (Luigi Cappella)

  • Che burdel (Luigi Cappella)

  • "GLI SPARTINEVE" (Luigi Cappella)

  • Altre poesie di Luigi Cappella (E’ gren, E’per past, I foss’)

  • Voglio vivere così (Canzone popolare)

  • Alternative Candide e proposte per disabili

  • Un Cammino per difficoltà motorie (Presidente sezione Provinciale AISM di Rimini)

  • Un cammino per difficoltà visive (Presidente sezione provinciale UIC di Rimini)

  • Pensieri Candidi (alunni delle scuole elementari e medie di Pennabilli)

  • In cammino per la pace (Referente progetto “Educazione alla memoria” IC di Pennabilli)

  • Poesie di Tonino Guerra

  • Il racconto giallo di Casteldelci (Sara Magnoli)

 

Ipotesi di quarta di copertina

  • Il Cammino Candido - Una Favola nel Futuro (Associazione D’la’ De’ Foss)

  • I mulini

  • Storie, Sentieri, Cammini: Un Canto Di Gratitudine (Vescovo di San Marino-Montefeltro)

 

 


Luigi Cappella, ex medico di famiglia a Pennabilli, Sant'Agata, Casteldelci; Sindaco di Casteldelci; viandante locale; grande organizzatore di gruppi di cammino e di iniziative sociali

Roberto Merloni, ex biologo presso Ausl Cesena, Arpa Rimini, Arpa Forlì Cesena; pellegrino laico e solitario nei cammini classici, viandante nei sentieri locali